“Voglio trattare un tema delicato ma estremamente attuale: – dichiara la candidata Graziano del M5S – il rapporto tra lavoro, invalidità civile, disabilità e iscrizione alle liste del collocamento mirato previste dalla Legge 68 del 1999”.
“La Legge 68/1999 – spiega – nasce con l’obiettivo di favorire l’inserimento lavorativo delle categorie protette attraverso il cosiddetto “collocamento mirato”, uno strumento che dovrebbe garantire alle persone con “invalidità civile o disabilità” un accesso più equo al mondo del lavoro. La normativa si rivolge ai disoccupati in età lavorativa con un’invalidità civile superiore al 45% — generalmente dal 46% — fino ad arrivare alle situazioni di invalidità totale al 100%. Le percentuali di invalidità civile stabiliscono la riduzione permanente della capacità lavorativa e vengono riconosciute da una Commissione Medica ASL/INPS sulla base delle Tabelle Ministeriali dell’Invalidità Civile. A seconda della percentuale riconosciuta, il cittadino può accedere a differenti benefici e agevolazioni. Sotto il 34% non viene riconosciuto lo status di invalido civile e non sono previsti benefici specifici. Dal 34% si ha diritto alla fornitura gratuita di protesi e ausili sanitari. Dal 46% è possibile iscriversi alle liste del collocamento mirato previste dalla Legge 68/1999. Dal 51% i lavoratori dipendenti possono richiedere fino a 30 giorni annui di congedo retribuito per cure mediche. Dal 67% è prevista l’esenzione dal ticket sanitario. Dal 74% si può ottenere l’assegno mensile di assistenza, compatibilmente con determinati limiti reddituali. Infine, con invalidità al 100%, si ha diritto alla pensione di inabilità e, nei casi più gravi, anche all’indennità di accompagnamento.
Accanto alla L. 68/1999 troviamo la Legge 104 del 1992, che riconosce lo stato di disabilità come una minorazione fisica, psichica o sensoriale in grado di ridurre l’autonomia personale e creare difficoltà di apprendimento, relazione o integrazione lavorativa. Una legge fondamentale che sancisce il diritto all’assistenza, all’inclusione sociale e alla tutela della persona disabile”.
“Sulla carta, dunque, il sistema italiano appare costruito per garantire dignità, integrazione e pari opportunità – prosegue la candidata – ma nella realtà quotidiana emergono contraddizioni profonde, soprattutto nei concorsi pubblici e nell’attuazione concreta del collocamento mirato. La prima grande criticità riguarda proprio l’iscrizione alle liste del collocamento mirato. Per poter accedere a tali servizi, infatti, molte persone con invalidità civile o disabilità devono risultare disoccupate o inoccupate e non percepire redditi da lavoro. Una situazione paradossale: per poter essere aiutati a lavorare bisogna prima dimostrare di non lavorare. Il collocamento mirato nasce teoricamente per valorizzare le capacità residue delle persone con invalidità o disabilità e favorire un inserimento adeguato nel mondo del lavoro. Tuttavia, nella pratica, il sistema rischia spesso di trasformarsi in un percorso burocratico rigido che limita anziché includere. Il nodo centrale emerge soprattutto nei concorsi pubblici riservati alle categorie protette. Se una persona con invalidità civile o disabilità partecipa a un concorso, lo supera e viene assunta, perde automaticamente lo stato di disoccupazione necessario per restare iscritta al collocamento mirato. Di conseguenza, non può più partecipare ad altri bandi riservati alle categorie protette. Ed è qui che nasce una domanda inevitabile: è giusto? L’assunzione cancella forse l’invalidità civile o la disabilità? La patologia svanisce nel momento in cui si firma un contratto di lavoro? Evidentemente no. Eppure il sistema sembra ragionare proprio in questi termini, come se il diritto alla tutela cessasse immediatamente con la prima occupazione ottenuta. Questo meccanismo rischia di creare una forte disparità rispetto agli altri cittadini. Chi non appartiene alle categorie protette può partecipare liberamente ai concorsi pubblici, cambiare lavoro, cercare condizioni migliori e costruire il proprio percorso professionale senza particolari limitazioni. La persona con invalidità o disabilità, invece, una volta ottenuta un’assunzione, vede restringersi drasticamente le possibilità future di accesso ai concorsi riservati. Non si tratta soltanto di lavoro, ma di libertà personale, dignità e autodeterminazione. Una persona con invalidità civile o disabilità potrebbe desiderare di migliorare la propria posizione economica, avvicinarsi alla famiglia, trovare un ambiente lavorativo più compatibile con la propria condizione sanitaria oppure cercare maggiore stabilità professionale. Tuttavia, il sistema normativo spesso non considera queste esigenze concrete.
Un altro aspetto delicato riguarda il fattore anagrafico nei concorsi pubblici. Sebbene formalmente non esistano discriminazioni esplicite verso l’età, nella pratica molti bandi e molte selezioni tendono a favorire candidati più giovani. Questo penalizza chi ha avuto percorsi di vita più complessi, segnati da malattie, terapie, invalidità sopravvenute o difficoltà familiari.
La situazione diventa ancora più difficile per le donne e per le madri. Una giovane madre con figli a carico dovrebbe teoricamente essere maggiormente tutelata, soprattutto se appartenente alle categorie protette. In realtà, spesso si trova schiacciata tra esigenze familiari, precarietà lavorativa e limiti burocratici. La maternità continua a rappresentare, implicitamente, un ostacolo nel mercato del lavoro, nonostante le norme sulla tutela della genitorialità e delle pari opportunità. Esiste quindi una distanza evidente tra il principio di inclusione proclamato dalle leggi e la loro concreta applicazione. Le norme vengono spesso costruite in modo rigido, senza considerare la complessità delle vite reali. Il risultato è un sistema che tutela formalmente ma limita sostanzialmente”.
“La vera inclusione non dovrebbe consistere soltanto nell’offrire un posto di lavoro – conclude Graziano – ma nel garantire continuità di diritti, libertà di scelta e possibilità di crescita professionale. Una persona con invalidità civile o disabilità non dovrebbe essere costretta a scegliere tra lavorare e mantenere l’accesso agli strumenti di tutela previsti dalla legge.
Occorre aprire un dibattito serio sul funzionamento del collocamento mirato e sulle regole dei concorsi pubblici riservati alle categorie protette. Perché una legge pensata per includere non può trasformarsi in un sistema che, una volta ottenuto un impiego, chiude altre porte invece di aprirle. L’invalidità civile o la disabilità non scompaiono con un’assunzione. E i diritti non dovrebbero avere una scadenza legata a un contratto di lavoro”

