Ecosistema Urbano: Avellino perde 11 posizioni… per colpa di chi?

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Si chiama Belnomi ed è la città più sostenibile d’Italia. Peccato che non esista! La nostra penisola, infatti, non contempla nessuna cittadina con un nome simile e Belnomi risulta dall’assemblaggio delle città italiane che offrono a livello di performance ambientali i ‘migliori’ risultati. Anche se tutto è relativo: le zone a traffico limitato di Bergamo, il verde urbano di Lucca, la gestione dei rifiuti di Novara, l’offerta di trasporto pubblico a Milano, il basso inquinamento atmosferico di Isernia. Ecco dunque Belnomi. Lo scherzetto lo ha giocato Legambiente attraverso Ecosistema Urbano 2008, lo studio annuale sulla sostenibilità delle città italiane effettuato con la partecipazione dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia e la collaborazione editoriale de ‘Il Sole 24 Ore’. Un dossier in cui Avellino occupa il 45° posto registrando un picco in discesa di 11 postazioni rispetto allo scorso anno. Male anche Benevento al 102° (penultima in classifica, lo scorso anno all’87°, peggiora molto nel tasso di motorizzazione e nei consumi di carburanti e non fa passi avanti significativi in nessuno degli indicatori esaminati), Napoli al 91°, Caserta al 41° e Salerno al 64°.
Per quanto riguarda la città capoluogo solo occhi bendati potrebbero meravigliarsi della ‘caduta’. Cantieri quasi dappertutto, traffico in tilt e targhe alterne che provano ad ovviare un problema di portata ben più grande. E in tutto questo, dove sono i parcheggi? E le ZtL miglioreranno la situazione? Insomma, se si parla di città cantiere – e lo è a pieno titolo – cosa ci si poteva aspettare?
Ma ‘consola’ il fatto che l’andamento generale non sia comunque dei migliori. Trovare città italiana più sostenibile è stato davvero difficile. Le politiche urbane lentamente migliorano ma non abbastanza da invertire la generale tendenza di criticità ambientale: metà dei capoluoghi di provincia italiani presenta livelli d’inquinamento allarmanti, il trasporto pubblico urbano è sottoutilizzato, la raccolta differenziata dei rifiuti solo al nord ha raggiunto standard accettabili. Qua e là ci sono sprazzi di buone politiche, ma generalmente le best practices restano fatti isolati. La verità è che in linea di massima le città italiane sono insostenibili, caotiche, inquinate e le politiche ambientali urbane spesso non tengono il passo con l’Europa. Per quanto riguarda la mobilità serve una vera rete di trasporto pubblico che consenta di ridurre rapidamente e drasticamente il traffico privato, una scelta imprescindibile non solo per combattere l’inquinamento ma prima ancora per ragioni di efficienza. Le città sono anche l’ideale banco di prova per una nuova politica energetica che punti a rendere molto più efficiente l’uso di energia e a promuovere le fonti energetiche che non inquinano e non alimentano i cambiamenti climatici. Un altro fronte decisivo per la città del futuro è quello della casa: dare nuovo impulso al mercato degli affitti è una necessità sociale e ambientale inderogabile. Tra immobilismi ed emergenze, nel complesso i fattori critici per la qualità ambientale dei nostri capoluoghi cambiano di poco o niente. La qualità dell’aria è l’indicatore a cui sono più sensibili i cittadini, ma anche quello che in qualche modo riassume la qualità delle politiche della mobilità ed energetiche. Purtroppo non ci sono buone nuove. Per il biossido di azoto, in più della metà dei comuni risultano superati i valori limite. Analogo il dato anche per le polveri sottili. Il tasto più critico è infatti quello della mobilità. La densità di automobili della città italiane non ha pari in Europa. Il numero delle patenti in Italia e il numero dei mezzi a motore sono ormai quasi identici, e il tasso di motorizzazione torna a salire: 62 auto ogni 100 abitanti, contro le 61 dello scorso anno. Aumentano leggermente i consumi elettrici domestici: nel complesso salgono al sud e nelle isole, calano al centro e al nord. Aumentano i comuni che installano qualche impianto fotovoltaico o qualche pannello solare: niente a che vedere però con i numeri di altre città europee. I due quinti dei capoluoghi italiani perdono ancora più del 30% dell’acqua potabile immessa in rete, a causa di condutture colabrodo, vecchie e senza manutenzione. Alcune aree metropolitane addirittura non depurano almeno un terzo delle loro acque di fogna. Per non parlare dell’immondizia, neo della Campania soprattutto ma anche del resto del bel Paese. Gli italiani buttano nei cassonetti 618 chili a testa di spazzatura ogni anno e solo 120 chili vengono riciclati e recuperati, mentre il grosso finisce ancora in discarica. Raccogliere i rifiuti in maniera differenziata è pratica diffusa al centro nord, anche se passano da 3 a 5 i comuni del sud e delle isole che riescono a raggiungere almeno il 15% di raccolta differenziata. L’andamento complessivo della classifica evidenzia il generale movimento del meridione. Movimento riconducibile però molto più al generale appiattimento delle performance ambientali che a una reale riduzione dello storico gap che invece continua a separare il sud dal nord del Paese.

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