Cives: “Il riutilizzo dei beni confiscati sono una grande opportunità”

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Il laboratorio di formazione al bene comune, promosso dall’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Diocesi di Benevento, in collaborazione con il Centro di Cultura “R. Calabria” e l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ieri ha affrontato il tema della restituzione alla comunità dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Davide Pati, vicepresidente nazionale di “Libera” è stato il relatore del terzo appuntamento che ha visto il coinvolgimento di molti studenti della città e della provincia. All’incontro sono stati presenti il Questore di Benevento Giuseppe Bellassai, il Vice Prefetto Vicario Giuseppe Canale, il Comandante provinciale dei Carabinieri Alessandro Puel, il Comandante provinciale della Guardia di Finanza Mario Intelisano.

Ettore Rossi, Direttore dell’Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro della Diocesi di Benevento, ha esordito richiamando il discorso di Papa Francesco dello scorso 21 settembre ai membri della Commissione parlamentare antimafia in cui afferma con forza che la lotta alle mafie è una priorità “in quanto rubano il bene comune, togliendo speranza e dignità alle persone”. Poiché le mafie attecchiscono dove c’è corruzione e dove mancano i diritti e le opportunità, “il nostro impegno di cittadini, insieme con le istituzioni, – ha continuato Rossi – deve essere indirizzato a costruire condizioni di maggiore giustizia sociale. In ogni caso dobbiamo mantenere alta la vigilanza nel nostro territorio perché non possiamo certo ritenerci al sicuro”. A gennaio partirà un percorso di educazione alla legalità – preannuncia Michele Martino referente provinciale di Libera Benevento nel suo saluto – che vedrà coinvolte le scuole del territorio. “La città di Benevento gode della fama di essere una città tranquilla e scarsamente appetibile per la criminalità. Il fatto che non si spari non vuol dire che Benevento sia esente dalle mafie”. Poi anticipa la prossima iniziativa di dicembre: “Facciamo un pacco alla camorra”, in cui verrà valorizzato l’impegno che ha portato alla confisca di molti beni della malavita organizzata in quelle che sono state ribattezzate come “le terre di don Peppino Diana”.

“La confisca dei beni” è stata un’intuizione illuminata”, così esordisce il Vice Presidente nazionale di Libera Davide Pati  nel riferire dei beni restituiti al territorio italiano. Sono 710 le organizzazioni del terzo settore che li gestiscono e sono localizzate da Trieste ad Agrigento. Ad essi si aggiungono quelli gestiti direttamente dai comuni e da alti enti locali o dallo Stato. Il vicepresidente dell’associazione ripercorre le tappe salienti della legislazione in materia: un milione di firme vinsero all’Italia la legge Rognoni-La Torre n.109 del 1996, su cui si sono innestati i successivi provvedimenti legislativi. Il provvedimento nasceva come spiraglio di luce destinato ad illuminare il lungo periodo buio delle stragi del ’92-’93. Fu “Libera” che, nata solo un anno prima, nel 1995, diede l’impulso con una legge di iniziativa popolare . Con decreto legge del 4 febbraio 2010 fu istituita l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, con sede a Roma, Palermo, Napoli e Milano. Il provvedimento consente oggi una mappatura su tutto il territorio nazionale circa le opportunità di restituzione delle proprietà della malavita alla società civile e questo, sottolinea Pati, “è merito dell’azione dei magistrati, dell’encomiabile opera investigativa degli addetti ai lavori e della stampa”. Tuttavia, sottolinea Pati, “strappare il bene alla criminalità non significa automaticamente rigenerarlo dentro la vita delle nostre comunità. Occorre grande capacità progettuale, un disegno lungimirante e sostenibile nel tempo”.  Il vicepresidente avvalora con i fatti la tesi sostenuta:

”Nonostante la possibilità di accesso ai fondi europei appositamente istituiti, solo sette sono stati i progetti presentati per l’anno 2016”. La burocrazia, lamenta, pur essendo necessaria in questi casi, perché tesa a garantire trasparenza nelle procedure di bando e nei nomi specchiati di quanti chiedono di poter gestire la proprietà confiscata, non può garantire semplicità di accesso ai fondi dedicati soprattutto per le realtà piccole. Sono ancora tanti i nodi da sciogliere perché si comprenda che la “legalità conviene”, sostiene Pati, ma è certo che il riutilizzo dei beni confiscati rappresenta una grande opportunità anche di lavoro. Si dice poi orgoglioso dei tanti risultati raggiunti, non ultimo la riforma del codice antimafia, che include, con intervento correttivo, il reato di corruzione tra quelli che prevedono provvedimenti di sequestro e confisca. Misura, che viene estesa anche ai reati di terrorismo internazionale. L’Italia, secondo Pati, può dirsi orgogliosa di aver innescato politiche di emulazione in Europa sul tema.  Mutua parole di Papa Francesco nell’invito ad agire, ciascuno nel ruolo che occupa nella società, di “bonificare, trasformare, costruire”, ricordando che questo comporta un impegno a più livelli: politico, economico, ma anche morale, per la costruzione di una nuova coscienza civile.