Città, il vescovo: le parti politiche hanno pensato che la guerra fosse migliore del dialogo

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AVELLINO – “Perche’ questa citta’ ha avuto bisogno di un commissario? Perche’ le parti sociali, in questo caso quelle politiche, non hanno saputo dialogare. Hanno pensato che la guerra fosse la scelta migliore rispetto ad un dialogo”. Il vescovo di Avellino Arturo Aiello ha nuovamente stigmatizzato la scelta della politica che ha portato alla fine anticipata dell’ultima consiliatura, a cauds della mancanza di dialogo che ha portato nel male un effetto positivo con l’arrivo del commissario Giuliana Perrotta ha fatto notare il presule nel corso del suo intervento presso la Casetta di Vetro di Piazza Kennedy per ricordare le vittime del bombardamenti sulla città di Avellino del 1943. “Perché la scuola rimane l’istituzione in assoluto più importante del nostro Stato, più della difesa- ha spiegato il vescovo- Perché nella scuola si impara a parlare. Si impara la parola. Dice un grande filosofo, del Novecento che si chiamava Heidegger che il linguaggio è la casa dell’essere, faccio questa citazione è importantissima, che lingua la parola e la casa dell’essere. Significa che l’ afasia, cioè l’assenza di parola, non avere più parole da dire o avere un vocabolario ristretto, come quello che purtroppo possiedono i nostri figli, inostri alunni, coincide con la morte dell’essere. Quando non c’e’ la parola allora c’è solo un silenzio: quello dei cimiteri. Lo diceva un grande documento del Vaticano II che si chiama Gaudium et Spes, che era quello più aperto al mondo: se il mondo intero non cambia direttiva di qui a poco non ci sarà altra pace se non quella dei cimiteri. Spero che nessuno di noi la invochii quella pace, vorremmo un’altra pace: quella dello sguardo, quella della parola, quella della parola che ad altissimo livello si chiama diplomazia. Dove i bambini, per quanto co ncerne la scuola, che riapre domani, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani, gli universitari, gli uomini e le donne nella diversità delle parti riescono a trovare parole, perché finché c’è una parola da dire, siamo salvi. Quando non abbiamo più parole, allora la morte è vicina”.