QUINDICI- Riconosciuta la continuazione tra la condanna per associazione a delinquere (a cui era stata già aggiunta per continuazione una condanna ad otto anni divenuta ad un anno e sei mesi) e altre due sentenze di condanna. Per il settantunenne Antonio Cava, detto N’do Ndo, in carcere dal 2006 e ritenuto uno degli elementi di vertice dell’omonimo clan che opera nel Vallo di Lauro, la data di scarcerazione dal supercarcere de L’Aquila potrebbe essere piu’ vicina. A determinare questo scenario,l’ennesima istanza di continuazione tra alcune sentenze di condanna ottenuta dal difensore di Cava, il penalista Dario Vannetiello, da anni difensore del boss e di numerosi esponenti di primo piano della criminalita’ organizzata in tutta Italia nei processi in Cassazione, dove ormai da tempo patrocina esclusivamente. L’ultimo in ordine di tempo è stato Michele Senese, il boss legato al clan Moccia che viene ritenuto uno dei più influenti esponenti del crimine organizzato in Italia. Del resto proprio la difesa rappresentata dal penalista Vannetiello e’ riuscita negli anni scorsi ad ottenere l’annullamento di una delle accuse più gravi a carico di Cava, quella dell’ omicidio avvenuto negli anni 80 a Moschiano di Crescenzo Bossone. Uno dei delitti della faida con il clan rivale dei Graziano per cui “N’do’ N’do'” era stato tirato in ballo dai collaboratori di giustizia come uno degli autori.
L’ ORDINANZA
L’ultima ordinanza di accoglimento dell’istanza di continuazione presentata dal penalista e’ quella dei giudici della II Sezione della Corte di Appello di Napoli, in funzione di giudice dell’esecuzione. L’istanza si riferiva a tre sentenze. La prima, quella emessa il 24 settembre 2010 dalla Corte d’Appello di Napoli, Sezione II, in riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Nola il 29 giugno 2007, divenuta irrevocabile l’ 11 gennaio 2013 con la quale Antonio Cava era condannato alla pena di sette anni di reclusione per estorsione aggravata dal metodo mafioso commessa a Palma Campania negli anni 1995-1996. A questa si aggiunge la sentenza emessa in data 08 luglio 1998 dalla Corte d’ Appello di Napoli, Sezione VI, con la quale era stato condannato alla pena di tre anni di reclusione e euro 826,33 di multa per tentata estorsione commessa a Monteforte Irpino il 04 luglio 1996. Nel maggio del 2022 i giudici della Corte di Appello di Napoli avevano ritenuto sussistenti gli elementi per la continuazione tra i fatti giudicati nell’ambito del cosidetto maxiprocesso al clan Cava dopo l’operazione denominata “Tempesta”, nella quale Antonio Cava aveva ricevuto una condanna alla pena di anni ventuno mesi undici giorni quindici di reclusione per il delitto di cui all’art, 416 bis c.p., essendo ritenuto uno dei capi e promotori del clan Cava e quello giudicato con la cosiddetta sentenza relativa al “Nuovo Clan Genovese” divenuta irrevocabile il 12/2/2018, di condanna alla pena di anni otto di reclusione per una tentata estorsione con metodo mafioso. La pena era rideterminata in anni ventitre’, mesi undici, giorni quindici di reclusione. Per la seconda vicenda processuale , infatti , in sede di incidente di esecuzione , era stata applicata una pena di cinque anni, invece che di otto anni inflitti alla fine del processo di merito. I giudici della Corte di appello di Napoli chiamati dalla Cassazione alla nuova pronuncia limitata solo alla determinazione della pena, hanno intanto confermato “L’ordinanza già adottata da questa Corte, oggelto dell’annullamento con rinvio, la quale ha ritenuto sussistente il vincolo della continuazione tra i reati oggetto delle sentenze sopra indicate, rilevando, con argomentazioni che vanno qui condivise che la condotta oggetto della sentenza del 5/3/2014 venne commessa in un’epoca in cui, come accertato nella sentenza del 16/7/2013, l’istante era a capo del sodalizio criminoso e che le relative modalità esecutive consentivano di ritenere il reato espressivo del programma criminoso dell’associazione, “in nulla differendo dalle altre ipotesi estorsive gid oggetto della medesinia sentenza della Corte di Appello di Napoli del 16 luglio 2013”. Nell’ultima ordinanza i giudici però, sulla determinazione della pena, hanno ritenuto di discostarsi dalla pronuncia precedente, determinando in tre anni e non un anno e mezzo quella per la prima estorsione contestata (viste le modalità di convocazione presso il latitante e il fatto che la vittima fosse stata privata della libertà). Quindi non un anno e mezzo ma tre anni e quindi da sette a tre anni. Per la tentata estorsione invece un anno di continuato, quindi da tre ad uno. In totale sei anni, per cui la condanna complessiva che dovra’ scontare e’ dunque di ventisette anni, undici mesi undici e quindici giorni di reclusione. Non e’ escluso che nelle prossime settimane ci possa essere anche qualche ulteriore istanza che riguardi il settantunenne da parte della sua difesa. Nei suoi confronti, negli ultimi anni e anche grazie alla decisione della Cassazione, il fine pena del boss si e’ ridotti di dieci anni.
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