Bomba a Ranucci, udienza al Riesame per i presunti autori del raid contro il giornalista

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ROMA- I quattro presunti componenti del gruppo assoldato per il raid del 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Sigrido Ranucci a Torvajanica davanti ai giudici del Tribunale del Riesame di Roma. Questa mattina saranno discusse le istanze di annullamento della misura cautelare notificata a fine giugno dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma nei confronti di Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino e la sua compagna Marika De Filippis, i primi tre in carcere a Rebibbia, l’ultima agli arresti domiciliari perché in stato di gravidanza. Le difese dei quattro indagati per di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con metodo mafioso ( per l’accusa di strage contestata dalla Dda di Roma come e’ noto non e’ stata riconosciuta la qualificazione da parte del Gip), gli avvocati Antonio Falconieri e Generoso Pagliarulo che puntano ad attenuare le posizioni di alcuni dei quattro indagati in concorso per il raid (Passariello e Mutone quali esecutori materiali e D’Avino e la De Filippis in qualità di concorrenti per il sopralluogo e l’appoggio e il procacciamento del materiale esplosivo, la gelatina da cava usata per l’atto intimidatorio).
IL METODO MAFIOSO
Una della aggravanti per cui ci sarà battaglia davanti ai giudici del Tribunale della Libertà e’ senza dubbio quella che riguarda il metodo mafioso (art.416 bis) per la modalità con cui si e’ consumato il raid. In un primo tempo infatti si era ipotizzato il coinvolgimento di organizzazioni criminali, il gruppo assoldato per il raid, in particolare Passariello e D’Avino, avevano contatti per le attività illecite con elementi della camorra al confine tra Irpinia e nolano, in particolare esponenti del clan Cava. Una pista che dagli sviluppi investigativi sul raid, come hanno sottolineato anche gli stessi difensori al termine degli interrogatori chiesti dal pm della Dda Edoardo De Santis (il magistrato che coordina le indagini) ormai sembra del tutto sfumata. Per cui sicuramente uno dei temi al vaglio dei magistrati del Tribunale della Libertà riguarderà l’aggravante del metodo mafioso.
I RAPPORTI CON TAVARES E LE DICHIARAZIONI DI D’AVINO
All’attenzione del Tribunale ci saranno anche gli sviluppi al centro di un caso ormai non più solo giudiziario delle vicenda. Ovvero l’ipotesi che ad ordinare il raid, atrraverso quello che può essere ritenuto il suo factotum, il camerunense Clesio Gomes Tavares, sia stato Valter Lavitola. Prima di avvalersi della facolta’ di non rispondere davanti al pm De Santis, qualche giorno fa, Pellegrino D’Avino ha spontaneamente dichiarato di non conoscere Lavitola e di avere avuto rapporti legati alla organizzazione della security per eventi con Tavares. Un dato tra l’altro già pacificamente raccolto dalle indagini dei Carabinieri e della Dda di Roma, sia per fonti aperte, ovvero foto pubblicate sui profili social che dalle interviste rilasciate da Tavares, frattanto ancora in Camerun, dove si era trasferito per lavoro nell’autunno scorso.
GLI ATTI DELL’ ANTIMAFIA
La Procura Distrettuale Antimafia di Roma non si e’ certamente fermata al primo sviluppo investigativo, ovvero trovare gli autori. Cosi al vaglio dei magistrati del Riesqme anche gli sviluppi relativi alla fase successiva agli arresti.
ANCORA SENZA MOVENTE
La causale del grave atto intimidatorio nei confronti del giornalista che conduce ‘Report” non è ancora nota, anche perche’ tutti sono in silenzio sul movente e non sarà certo facile per Carabinieri e Procura poter risalire ad un eventuale ulteriore livello al di sopra del presunto mandante Lavitola.