Avellino – Lavoro nero: il Comune riflette sui dati

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Avellino – Al Viva Hotel la due giorni del convegno sul Programma Operativo Nazionale: “Sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia” promosso dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno e dal settore Affari Generali del Comune di Avellino. Ecco le riflessioni: il mercato del lavoro campano soffre di una debolezza strutturale quale conseguenza di un tessuto produttivo fragile caratterizzato prevalentemente da imprese di dimensioni ridotte poco vocate alla crescita; di una scarsa diffusione di attività specializzate e multifunzionali; una dotazione infrastrutturale largamente insufficiente; un rapporto problematico tra imprese e istituti bancari, che rende particolarmente difficile l’accesso al credito; una capillare diffusione della criminalità organizzata e di una scarsa cultura delle regole. In un contesto simile, la presenza di aziende sommerse e di lavoratori non regolari viene a costituire un elemento quasi strutturale dello sviluppo economico locale, con un tessuto produttivo che il più delle volte non è in grado di reggere il costo del lavoro regolare. Negli ultimi anni la crisi del mercato del lavoro si è andata accentuando: infatti, secondo i dati Istat, nel 2005 gli occupati nella regione sono diminuiti rispetto all’anno precedente, passando da 1 milione 761 mila a 1 milione 727 mila, con una contrazione di 34 mila posti di lavoro. Inoltre, decresce il numero di coloro che cercano lavoro: 302 mila, pari a 24 mila in meno rispetto al 2004. Questo dato spiega la parallela diminuzione del tasso di disoccupazione che è sceso al 14,9% contro il 15,6% dell’anno precedente. Nel 2005 diminuisce anche la forza lavoro regionale, ossia le persone occupate e le persone in cerca di occupazione: si passa dai 2 milioni 88 mila del 2004 a 2 milioni 29 mila del 2005, con una contrazione di 59 mila unità. Il lavoro sommerso colpisce soprattutto il settore dell’edilizia caratterizzata da una presenza massiccia di imprese legate alla criminalità organizzata che attraverso una concorrenza sleale nei confronti delle ditte concorrenti (esplicitata attraverso l’intimidazione, il ricorso al lavoro nero, l’evasione contributiva e fiscale, l’aggiudicazione illegale degli appalti) hanno finito per monopolizzare il mercato campano delle costruzioni con la conseguente penalizzazione delle imprese regolari, che in alcuni casi sono costrette a cessare l’attività. Il lavoro non regolare coinvolge nella regione campana principalmente le fasce più svantaggiate della popolazione, come le donne e i giovani (spesso minori) che, insieme agli immigrati, rappresentano il maggiore bacino di lavoro sommerso sul territorio regionale. Il modello di sviluppo delle province di Avellino e Benevento è incentrato su una struttura produttiva che, rispetto a quella regionale, rivela un peso maggiore del settore agricolo e dell’edilizia. Settori questi che sono fortemente connotati da esigenze di manodopera stagionale e temporanea che finiscono per introdurre un forte impulso al lavoro non regolare. Il settore vitivinicolo rappresenta nell’economia delle due province campane un comparto di strategica importanza sia per estensione della coltura della vite che per la tipicità e qualità dei suoi prodotti, con una visibilità nazionale ed internazionale raggiunta grazie alla qualità del prodotto, all’impegno degli imprenditori del settore e ai marchi Doc (Fiano, Greco di Tufo e Taurasi ad Avellino; Aglianico del Taburno, Guardiolo, Sannio, Sant’Agata dei Goti, Solopaca e Taburno nel beneventano). La stagionalità dell’attività (vendemmia, operazioni di cantina, sistemazione delle viti) finisce per generare un’estrema precarizzazione del lavoro, rappresentando un forte ostacolo all’instaurazione di rapporti di lavoro regolari. C’è da dire, inoltre, che talvolta il ricorso al lavoro sommerso risponde ad un reciproco interesse dell’imprenditore e del lavoratore (doppio lavoro, beneficiario di sussidi pubblici, immigrato clandestino). Sebbene la presenza di immigrati sia ancora abbastanza limitata, il ricorso a manodopera straniera da parte delle aziende agricole locali sembra essere in forte crescita. Ciò è dettato, da un lato, dalla difficoltà nel reperire manodopera autoctona, ormai poco disponibile ad accettare questa tipologia di lavoro, dall’altro dalla convenienza che l’utilizzo del lavoro immigrato produce: bassi costi, alta flessibilità, ricorso al lavoro non regolare. Un altro comparto che fa ricorso sempre più spesso al lavoro di immigrati non regolari e che rappresenta, soprattutto ad Avellino, il contesto settoriale a maggiore densità di lavoro irregolare è l’edilizia. Negli ultimi anni è cresciuto notevolmente il numero di imprese edili, le quali sono caratterizzate da dimensioni assai limitate: questo nanismo delle imprese del settore finisce per intrecciarsi, inevitabilmente, con il fenomeno del lavoro non regolare. Il sommerso di lavoro si presenta attraverso sfumature differenti: si passa dalla cosiddetta “legge della mazzasecca”, ossia il fuori busta che l’operaio prende alla fine della giornata lavorativa, al ricorso al lavoro totalmente sommerso. Si rileva, inoltre, una crescente presenza nei cantieri edili dei cosiddetti “cottimisti”, ossia squadre di 5-10 unità iperspecializzate in lavorazioni particolari (preparazione del cemento armato, carpenteria, montaggio delle piastrelle, ecc.) che “entrano” nel cantiere subito dopo l’aggiudicazione dei lavori da parte dell’impresa principale svolgendo le loro mansioni completamente a nero, con un vantaggio sia per l’imprenditore che in questo modo evade completamente ogni forma contrattuale e di legge, sia per gli stessi cottimisti che beneficiano di una maggiore autonomia, vendendo il prodotto finito per poi spostarsi velocemente in un altro cantiere. Sebbene le organizzazioni criminali organizzate abbiano su Avellino un’influenza minore rispetto alle altre province campane, nel settore delle costruzioni la loro presenza finisce per inquinare il mercato e per penalizzare le imprese regolari che si ritrovano a combattere una partita troppo spesso impari contro imprese provenienti da fuori provincia, le quali riescono facilmente ad aggiudicarsi le gare d’appalto sia nei lavori pubblici che privati. Una concorrenza sleale, basata non su fattori di qualità e innovazione, ma su ribasso dei costi (talvolta superiori al 40%), evasione contributiva, lavoro nero ed elusione della normativa sulla sicurezza, come dimostra il numero crescente di incidenti sul lavoro nei cantieri delle due province campane è in sintesi il serbatoio del lavoro non regolare che si registra anche nel settore manifatturiero irpino, e in particolare all’interno di due Distretti industriali: la concia a Solofra ed il tessile abbigliamento a Calitri.

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