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La nostra città è, secondo lei, il luogo ideale per lo sviluppo di queste nuove tendenze?
“Avellino è, in questo caso, una città come le altre. Lo sviluppo e la successiva affermazione di questi nuovi linguaggi non dipendono tanto dal contesto. Sono più che altro il risultato della globalizzazione culturale che si è avuta, e che continua ad esserci, in questi anni. Non dobbiamo sorprenderci perciò se, ad esempio, a Melbourne troviamo un gruppo di giovani che fa le stesse cose che fa un gruppo della nostra città, vestiti allo stesso modo, con gli stessi modelli di riferimento e che si esprimono attraverso le stesse forme d’arte. E’ inoltre compito delle istituzioni essere attente e decifrare i messaggi e le richieste che le nuove generazioni celano, più o meno velatamente, dietro i loro comportamenti”. Il 2006 si è da poco concluso, come lo giudica dal punto di vista lavorativo?
“Il 2006 si è concluso lavorando. Ho infatti realizzato le scenografie per l’opera ‘Questa è la rivoluzione’, per la regia di Mario Ercole. Lo spettacolo ha ottenuto un buon successo di critica e pubblico ma per garantire standard qualitativi quantomeno apprezzabili è necessaria una maggiore progettualità politica, al fine di garantire qualità e soprattutto continuità, altrimenti si rischia che opere come ‘Questa e la rivoluzione’ o altre siano semplici meteore. E’ necessaria una maggiore sinergia non solo tra istituzioni e artisti, ma anche tra le istituzioni stesse”.
Sui progetti futuri i maestro Vallifuoco non svela nulla, definendosi per sua stessa ammissione “uno scaramantico”. L’artista intanto continua a vivere e lavorare tra Avellino e l’Aquila, dove insegna Scenografia alla locale Accademia di Belle Arti. Tra le opere più famose ricordiamo i lavori dati alla luce per “Alitalia”, tra cui la realizzazione di una speciale card da collezione, le illustrazioni ai testi di Roberto De Simone e Aniello Russo “Canti religiosi irpini” e le 22 tele raffiguranti le ‘Fiabe Campane’ edite da Einaudi nel 1994, uno dei suoi lavori più famosi, che lo ha fatto conoscere e affermare in tutta Italia come artista innovativo, ma sempre legato alla tradizione. A proposito di queste illustrazioni il critico Generoso Picone scrive: “I tarocchi di Gennaro Vallifuoco escono dalla memoria dell’immaginario collettivo dell’Irpinia e come messaggi nella bottiglia ne offrono un senso alle future generazioni: a quelle che sapranno delle fiabe della gallina lavandaia o del lupo mannaro o della moglie, di Pietro Bailardo e dello zio Orco, della famiglia Citrulo o del tregolo di Tata e Cicco probabilmente solo dalle tavole dense di poesia e precise nel tratto con le quali Vallifuoco ha tradotto i racconti della tradizione popolare”. (g.m.)