Avellino 1912: sui campi di calcio la nostra Storia

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di Antonio Porcelli – Per me la storia continua. Senza se e senza ma. Perchè è anche la storia di noi ragazzi di allora alla ricerca di nuovi amori, in attesa dell’avvenire e dal futuro che si profilava molto incerto. Abbiamo vissuto momenti tristi e dolorosi con grande dignità e forza d’animo e siamo sempre ripartiti. 23 novembre 1980 ore 19.35. Eravamo nella sede di radio Partenio ad Atripalda insieme al calciofilo Gianni mio fratello, Patrizia una collaboratrice e due calciatori dell’Avellino, Beniamino Vignola e Franco Ipsaro, pronti per partire per Salerno invitati ad una festa ed eravamo “gasati” per la splendida vittoria in casa con l’Ascoli per 4-2. Poi all’improvviso l’onda… Sette piani per fuggire mentre cadeva tutto, e con il fiato che mancava ci siamo ritrovati in uno spiazzo pieno di polvere e di gente che urlava.
Beniamino e Franco sono stati con noi tutta la notte in un giardino davanti al fuoco mentre le notizie della catastrofe che arrivavano dalla radio erano l’annuncio di morte e distruzione. Grazie al passaparola, l’Us Avellino riuscì a rintracciare la mattina seguente Beniamino di Verona e Franco di Capo d’Orlando. Mister Vinicio portò la squadra lontano dall’Irpinia in vista della delicata trasferta di Udine e con i lupi che dovevano recuperare cinque punti di penalizzazione. Allora non c’era ancora la Lega del Nord e Beniamino mi consegnò le chiavi del suo appartamento di Mercogliano. Non ho mai dimenticato quel gesto . Lo scroscio dell’acqua di quella doccia effettuata dopo cinque giorni da quella maledetta domenica ancora oggi è la resurrezione dalla stanchezza e dalla polvere. L’Avellino per la cronaca perse contro l’Udinese per 5-4 dopo una partita combattuta con il cuore e grande forza d’animo. Una partita letteralmente rubata per errori arbitrali, ma l’Avellino convinse e da quella domenica iniziò la rincorsa. Ci salvammo con la grinta, con tutta la forza in corpo, con la gente che si strinse intorno alla squadra, con le famiglie (donne, uomini e bambini allo stadio ) che arrivavano da ogni parte dell’Irpinia.
L’Avellino era la nostra bandiera, la nostra speranza, l’urlo di chi voleva vivere e gridare a tutta l’Italia e ai nostri parenti emigranti, “Siamo qui… ed anche questa volta ce la faremo”, il nostro ORGOGLIO.
Grande Avellino, magnifici lupi, grande presidente, grande tifoseria e uomini d’oro. Come dimenticare una storia. Come dimenticare Tagliaferri, Nando Del Gaudio, Dirceu, Diaz, Tacconi, Piotti, De Napoli, Colomba, Lombardi, Di Somma, Cattaneo, Barbadillo, Juary, eppoi Miniussi, Zucchini, Fraccapani, Marchesi, Piccinini, Giammarinaro, Zoff, Palazzese, Piaser, Codraro, Bongiorni e tanti altri, dalle riserve all’ultimo dei magazzinieri.
Come dimenticare quella sera di Rimini e del suo Grand Hotel, quando insieme al compianto ed eclettico Arcangelo Iapicca ci imbattemmo involontariamente nell’armadio di muscoli di Romano, il terzino famoso per il gol di testa che mandò al tappeto il Milan dei campioni e dei miliardi. Romano ci presentò a tutta la sua comitiva e raccontava emozionato di una città e di una provincia stupenda. Appunto Avellino e l’Irpinia. Noi e i Lupi, con lo sguardo rivolto al passato con la sfida al Lecce e il rigore di Pantani, dello squadrone della serie C, delle reti di Chiarenza, del rosso di Ponsacco sempre amato e grandissimo uomo dal nome indimenticabile come Adriano Lombardi.
La serie A difesa a denti stretti con la saggezza di presidenti d’altri tempi e tifosi con l’Avellino da sempre nel cuore. L’Avellino dei miracoli e della tenacia apprezzata in molti campi avversari e con gli esperti e osservatori del mondo del calcio, come Gianni Brera e Beppe Viola ad interrogarsi e tessere lodi alla provinciale di lusso. Era un miracolo voluto e difeso dai tifosi spesso in polemica con l’altro lupo, quella della politica, da sempre famelico e assetato di protagonismo e di voti.
Ora l’ultimo atto con personaggi diversi e comparse al posto dei protagonisti. Già qualcuno in famiglia ha tentato di far aprire gli occhi, ma è rimasto inascoltato e ora suo malgrado, avrà qualche piccola soddisfazione, quella del senno di poi. Da osservatore mi piace ricordare le radiocronache e le trasmissioni radiofoniche ( la tv calcistica era solo la Domenica Sportiva..), come un “Beniamino per tutti”, Juary in diretta immerso nella saudade con i tifosi in attesa dei loro eroi per applaudirli. 1912 è un amore profondo e come tale oggi è un amore ferito e per quanto si faccia una fatica bestiale a stare in piedi si può affermare che si è camminato a lungo e che non sarà murato nel silenzio. Oggi è una cicatrice che può e deve essere ricucita e curata. Perchè ci saranno altri Beniamino, Franco e i campioni delle speranze della nostra gente e dei nuovi giovani. Ce la faremo anche questa volta.

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