Aste Ok, le difese: nessuna prova dell’esistenza del clan

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AVELLINO- “Il controllo delle aste e’ stato solo un modo per non archiviare le accuse contro i Galdieri e tenere in piedi un”inchiesta archiviata”. E’ quello che il penalista Gaetano Aufiero ritiene il motivo alla base dell’inchiesta prima e del processo Aste Ok. Per il difensore di Nicola Galdieri, Beniamino Pagano e Carlo Dello Russo infatti, dell’istruttoria non è emersa alcuna prova dell’esistenza dell’associazione mafiosa. E anche il presunto monopolio, come era stato già documentato nel corso del processo, si ridurrebbe per il periodo in contestazione a dodici aste su circa milleduecento procedure definite dal Tribunale di Avellino. L’onere della prova e’ stato al centro dell’arringa difensiva davanti al Tribunale presieduto dal giudice Roberto Melone proposta dal penalista, che ha chiuso la prima giornata dedicata alla discussione delle difese. Una lunga udienza quella davanti al Collegio, aperta con le conclusioni rassegnate dalle parti civili. I primi a prendere la parola sono stati Francesco Saverio Pugliese, legale di SOS Impresa, l’ associazione Antiracket costituita in giudizio, poi gli avvocati Roberto Vetrone, Francesco De Cicco, Raffaele Tecce,  Francesco Maria Confessore, Nicolina Muccio, Antonella Zotti e Vincenzo Capoluogo. Il legale del Comune di Avellino, l’avvocato Luigi Petrillo ha depositato una memoria scritta.

SOS IMPRESA: QUI A SOSTENERE LE VITTIME
Ad aprire le discussioni delle parti civili e’ stato l’avvocato Francesco Saverio Pugliese, legale di SOS Impresa, in aula era presente anche il presidente dell’associazione antiracket Capossela: “Le finalità dell’associazione SOS Impresa e’ quella di promuovere la legalità e nel particolare occuparsi proprio dei procedimenti dove le fattispecie di reato sono quelle del processo dove sono contestate estorsioni e turbative. Le parti offese sono diventate vittime ed estorte dal gruppo che imponeva un pagamento per la partecipazione all’asta. Il fine è quello di indicargli anche un percorso, fare uscire dall’omerta’ e assistere le vittime. La presenza dei gruppi storicamente rappresentato dai Forte e dai Galdieri, che ad un certo punto decidono di entrare nel “sistema”, con la loro unica arma, la forza. Proprio per questo la Forte, con il sostegno di Aprile che era tecnico ed esperto, decide allora di allearsi con i Galdieri. La Forte disponeva una ingente disponibilità economica.

Formisano e Barone hanno tentato di entrare nel mercato da battitori liberi, sentiti sopraffatti hanno dato un contributo che può anche essere riqualificato come di partecipi, partendo da quello del concorso esterno”. “Quanto mi accingo a sostenere non vuole affrontare tematiche che sono state già trattate e delle quali si parlerà ancora nelle prossime ore ed udienze, ma sottolineare la vicinanza e sintonia di questa difesa alle richieste formulate dalla pubblica accusa nei confronti di alcuni imputati”, ha dichiarato l’avvocato Roberto Vetrone, difensore di fiducia di una coppia di esecutati. “Permettetemi di osservare – extraprocesso – e ringraziare i mass media che, con attenzione e professionalità, hanno descritto queste vicende giudiziarie, facendole arrivare a tanti cittadini che hanno potuto in questi anni del processo, oramai alla conclusione, capire che la nostra provincia non era avulsa da alcuni fenomeni criminali molto gravi. Una cronaca giudiziaria che ha certamente scosso le coscienze di tante persone e che ci auguriamo abbia apportato consapevolezza di quello che è accaduto e si spera non sarà più.

Pertanto, alla luce dell’istruttoria dibattimentale, a mio parere è emerso che il sig. Forte Modestino – deceduto nel corso del processo N.d.R. – il sig. Galdieri Nicola, il sig. Dello Russo Carlo e l’ing. Formisano Gianluca non hanno avuto alcun ruolo diretto nei confronti delle persone offese che rappresento e si revoca la costituzione di parte civile. Mentre sussistono elementi sufficienti per ritenere la responsabilità penale del dott. Aprile Armando Pompeo, sig.ra Livia Forte e sig. Gisolfi Mario per i reati loro ascritti. I fatti di reato hanno cagionato, danni patrimoniali e non. L’imputato Aprile Armando Pompeo, socio della sig.ra Livia Forte attraverso la società di comodo “Rinascimento Italiano Srl”, in concorso tra loro e con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, mediante le violenze e le minacce poste in essere, ottenevano quanto richiesto; non patrimoniali, consistenti in pregiudizi subiti dalle vittime e dai loro familiari che non sono suscettibili di valutazione economica ma che riguardano interessi inerenti alla persona. Così, in particolare, il danno biologico, quello morale, quello esistenziale e la lesione dei diritti costituzionali. Difatti, i miei assistiti hanno subito pressioni e minacce dal sodalizio criminale Aprile Armando Pompeo, Forte Livia e Gisolfi Mario. Quest’ultimo, attraverso la condotta minatoria, si vantava di essere esecutore della volontà criminale di Aprile e conseguentemente della Forte, non riuscendo però a procurarsi l’ingiusto profitto solo per la ferma opposizione delle persone offese. Si chiede, quindi, all’On. Tribunale il risarcimento dei danni”.

L’AVVOCATO VIETRI: NESSUNA PROVA DI MINACCE E ADESIONE AL CLAN
E’ toccato a Rosaria Vietri, la penalista che difende Mario Gisolfi, detto Las Vegas, aprire le arringhe difensive del processo. Una discussione che ha rassegnato una valutazione secca: “Nessuna prova dell’intimidazione da parte di Mario Gisolfi e’ stata fornita in questo processo”. E’ quello che ha piu’ volte ribadito nella sua arringa l’avvocato Vietri, ricostruendo i fatti più importanti emersi: “Successivamente all’ asta del 2018, il bando dell asta viene pubblicato il 25 luglio 2019, perché la signora dice che poco prima di Pasqua si trovava nella strada pubblica a passare. Guarda caso la signora T.. passa proprio quel giorno, passa uno con una bicicletta e asserisce che gli dice che gli avrebbe dovuto tagliare la testa. Se il bando era a luglio, perché Gisolfi avrebbe dovuto fare la minaccia? Perché questa costruzione? Una risposta c’è: l’invenzione dei reati contro una persona affinché salvi il proprio bene. La signora non riconosce Gisolfi prima dell’udienza e poi per magia invece in aula riconosce Gisolfi. Veniamo a privare la libertà di un individuo dopo che ha acquistato un bene? Gisolfi diventa il mostro dopo che aveva acquistato il bene. Se lo avesse acquistato qualche altro lo avrebbero accusato allo stesso modo. E il vincolo associativo dove sta? La signora non ha assolutamente riferito di sentirsi intimidita”. Molto dura la valutazione sul ruolo avuto nella vicenda da parte di Maria Cristina Cerullo: “La signora Cerullo ha portato Aprile dai coniugi M. Nel febbraio ci sono telefonate tra M e Aprile. La Cerullo con la Forte, Aprile, Formisano aveva rapporti. Lo ha confermato anche in aula. Cosi a febbraio inizia a dire che Aprile “era un delinquente”. Perche’ doveva denunciarlo. Ad un certo punto era preoccupata, tanto che in una intercettazione assicura a chi gli diceva che “quest’ asta deve saltare” che sarebbe saltata. Le intercettazioni dimostrano come abbia organizzato il modo per far annullare, non versando il saldo, la stessa asta. piccoli trucchetti per far saltare la procedura. Probabilmente, alla luce delle intercettazioni, Mario Gisolfi non ha turbato l’asta”. Per la difesa di Gisolfi l’atteggiamento avuto dagli esecutati e dalla Cerullo ha rappresentato un vero e proprio ostacolo alla giustizia. E ha chiesto “la trasmissione degli atti per calunnia e altri reati ravvisabile da parte del Tribunale per gli esecutati e la Cerullo e l’assoluzione più ampia di Gisolfi”. Almeno tre ore di discussione davanti ai giudici, quella del penalista Gaetano Aufiero. Che ha scelto un ossimoro per descrivere le contestazioni mosse nella requisitoria ai suoi assistiti da parte del pm antimafia Woodcock:

AUFIERO: SILENZIO ASSORDANTE DEL PM SU PROVE DELL’ASSOCIAZIONE

“Per tutta la durata del processo sono stato fermamente convinto delle loro non colpevolezza. Utilizzando un ossimoro ho apprezzato l’ assordante silenzio del pm nella sua requisitoria. Non ho capito perché Galdieri Nicola deve essere condannato per turbativa d asta. Non ho ascoltato una sola parola sull’attività del Galdieri Nicola nel contributo dato dallo stesso nella vicenda dei coniugi M che di R.E. Dello Russo Carlo parimenti. Perché cosa ha fatto Dello Russo Carlo? . Il pm ha detto che Pagano Beniamino ha un ruolo più ampio per quanto emerso dal processo Partenio. Ha avuto un ruolo nella vicenda di Nino la mafia. L’ assordante silenzio del pm sulle posizioni di Pagano, Dello Russo e Galdieri. Racconterò al Tribunale la verità per come emerge dal processo. Perché la verità appare chiara. E cosa dice la verità? Quella su cui ha lavorato il pm. La verità giudiziaria è palpabile. Mi sono chiesto, ascoltando ammirato il pm: quale e’ la prova dell associazione mafiosa?. Il pm ha detto che la prova emerge dal processo Partenio, un clan nato dalle ceneri del clan Genovese. Nel processo Galdieri che conosco benissimo, la sentenza è stata emessa ma non prova altro. Mi sono chiesto, che quella sentenza non prova nulla in questo processo: che cosa ha trovato il pm in due anni e otto mesi e 74 udienze? . Mi sono chiesto in maniera molto retorica: cosa ha trovato sul Nuovo Clan Partenio?. Non può dire: ci sono due associazioni e poi una ha incorporato l’ altra. C’era una associazione semplice. Poi c’era il nuovo clan Partenio nato dal clan genovese. Il vecchio Clan Genovese debellato da un’indagine brillante condotta dal pm Airoma, oggi Procuratore della Repubblica di Avellino. In quella sentenza di abbreviato , il 2 agosto 2002 unico imputato di quella vicenda coinvolto anche in questa vicenda, era Galdieri Pasquale. Unico imputato, all epoca 24enne, che fu assolto. Ci fu anche l impugnazione del pm Airoma e su richiesta del pg stesso fu assolto anche in secondo grado. E più facile evocare un clan nato come l’ Araba Fenice. Ma se di quel clan non c’è nessun imputato traslato dall uno all altro clan. Debole e inesistente la prova per quanto riguarda il 416 bis. Se il pm non fornisce le prove dell esistenza degli elementi costitutivi, l’ associazione non esiste”.

Per Aufiero la vicenda aste e’servita solo a riaprire un’inchiesta archiviata: “La vicenda delle aste, il monopolio delle aste serviva alla Procura perché altrimenti ci sarebbe stata un’ archiviazione. Non so cosa sia avvenuto in Procura. Una cosa la so. Il 21 dicembre 2018 la pm Esposito firma una richiesta di archiviazione. Il 27 febbraio 2019 un giudice archivia. Come mai il pm per iscrivere Pagano Beniamino nel registro degli indagati, attende ottobre? Le aste erano e sono la linfa vitale probatoria per poter mettere in piedi un processo archiviato. Il fascicolo dei Galdieri pendente dal 2014 era passato nelle mani di 4 o 5 magistrati.Qual era l’attivita’ controllata? L’ usura per settantamila euro? Cosa poteva far rinascere un clan archiviato. Mancava il controllo delle attività economiche e degli appalti. Allora c’è il controllo delle aste giudiziarie? Abbiamo documentato che su 1200 procedure esecutive sarebbero state condizionate solo 12 aste, questo è il controllo monopolistico?. Se il clan è riuscito a controllare le aste: una sola Galdieri Nicola, nessuna Pasquale Galdieri, una sola Dello Russo. Non c’è un esecutato avvicinato o minacciato. Dove era Pagano Beniamino nel 2019 quando sono scattate le perquisizioni. Era detenuto. Dopo alcuni mesi, questo pericoloso capo ottiene la detenzione domiciliare”. In aula si torna venerdì per le discussioni dell’avvocato Benedetto Vittorio De Maio e di Carlo Taormina.