A Voghera il virus uccide un irpino doc. Addio a Gerardo, ex agente penitenziario. La nipote: “Amava la sua Avellino, per noi dolore insopportabile”

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Alfredo Picariello – Se n’è andato in silenzio, come accade per tutte le vittime di questo stramaledetto virus. E’ morto nella notte tra venerdì e sabato, dopo l’impari “battaglia” con il Covid-19 durata oltre un mese. E’ morto un avellinese doc, uno che il capoluogo irpino lo amava in modo viscerale, nonostante 51 anni fa si sia dovuto trasferire in Lombardia, a Voghera. Gerardo Falciano non ce l’ha fatta, il virus lo ha sconfitto. E’ deceduto in ospedale, dove è stato ricoverato prima in rianimazione e poi in terapia intensiva.

Gerardo Falciano, 70 anni (a luglio ne avrebbe compiuti 71), ha lasciato un vuoto incolmabile non solo nella sua famiglia. A Voghera era stimato e voluto bene da tutti. Aveva lavorato, sin dai primi anni ’70, presso la casa circondariale in qualità di guardia sino a diventare sovraintendente capo, ruolo ricoperto per oltre trent’anni concludendo nel febbraio 2001, anno della pensione. Tutti i suoi colleghi lo piangono: “Un collaboratore esemplare, amico sensibile e di grande umanità”.

Doti innate che si sono rinforzate, molto probabilmente, perché con la durezza della vita ha iniziato a farci i conti molto presto. A soli 13 anni, è rimasto orfano di padre. Un grande dolore per lui, penultimo di cinque figli. Dolore lenito dall’amore di una grande famiglia e da quella “calda” casa di Picarelli, quella dei nonni dove sono vissuti tutti insieme, sin da ragazzi.

A 19 anni, la scelta di lasciare Avellino e di trasferirsi in provincia di Pavia per lavoro. Qui conosce l’amore della sua vita, Antonella, con la quale si sposa. Un amore grande e puro, sempre, come il primo giorno. Dalla loro unione sono nati Andrea, Stefania e Davide. Una famiglia logicamente distrutta dal dolore. Quello stesso dolore che, oggi, sta unendo il Nord al Sud.

Ad Avellino, Gerardo aveva tutta la sua famiglia: fratelli, sorelle e nipoti. Ed anche tanti amici. “Lui amava la sua Avellino e a luglio sarebbe dovuto ritornare a riabbracciare tutti noi”. Lo ricorda, con grande affetto, uno dei nipoti, Emilia Falciano, volto noto in città visto che, tra le altre cose, ha creato l’associazione “Av Bike Woman” impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne; gestisce anche un accorsato negozio di bici.

Un dolore forse ancor più forte per una distanza che, mai come in questi tempi, è stata abissale.

 

“Era gioviale e sempre con una parola di conforto per tutti. La sua generosità la dimostrava in ogni dove”, dice ancora Emilia. “Avellino per lui era il cuore, un pezzo di sé e della sua vita. Non poteva mai distaccarsi. Lo ricorderò sempre. Era un uomo che amava tutti noi, era molto generoso, ci riempiva di regali, faceva sentire sua moglie una regina, aveva un lato tanto sensibile che mi affascinava molto. Era calma e fermezza, intelligenza e sorriso con le sue battute rivelava un sano sarcasmo. Era un uomo buono e stimato da tutti”.

Negli ultimi tempi, Emilia e suo zio si sentivano spesso in video chat. L’ultima, qualche giorno prima del ricovero. “Aveva febbre e già la polmonite ma non lo sapeva. Il 22 marzo precisamente l’ ho rivisto e scherzavamo sul fatto che avevamo lo stesso neo e la stessa fossa sul naso”.

“La mia famiglia – prosegue Emilia -è ancora in pericolo, anche a loro hanno fatto il tampone e attendiamo gli esiti. Non bisogna mai abbassare la guardia, occorre ricordare che siamo sempre a rischio”.

Il cruccio per non avergli potuto dire addio è forte anche per Emilia, come per tutta la famiglia. “Appena potremo, andremo da lui. Non abbiamo potuto fare un degno funerale per l’uomo che ha rappresentato tanto nella nostra vita. Il dolore è insopportabile perché non abbiamo potuto salutare per l’ultima volta. Resta solo un sacco nero dove sono state riposte le sue cose che mia cugina non ha il coraggio di aprire”.