Bomba del clan al negozio di elettronica: dopo quasi ventisei anni tutto prescritto

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MERCOGLIANO- La notte del 28 gennaio 2001 una fortissima deflagrazione aveva scosso la zona di Torrette di Mercogliano, un boato cagionato dall’ esplosione di un ordigno di circa 500 grammi piazzato davanti alla serranda di un negozio di prodotti informatici. Danni notevoli, serranda di divelta, vetrata distrutta e danni ai prodotti del negozio. Solo paura per il titolare, che dormiva al piano superiore. Qualche giorno dopo il fatto, anche questo episodio era stato contestato all’ atto del blitz scattato conto il clan Genovese, che lo aveva completamente disarticolato. Tra gli autori, secondo l’ Antimafia, c’era anche Raffaele Spiniello, colui che qualche tempo dopo è diventato collaboratore di giustizia, svelando numerosi fatti di sangue e illeciti compiuti dal clan Genovese. Tra cui questo vero e proprio raid con esplosivo ai danni del negozio di elettronica di Mercogliano. Dall’inchiesta sul clan era stato stralciato e creato un nuovo fascicolo, per cui il 22 febbraio 2012, quindi ben undici anni per il verdetto di primo grado, erano arrivate quattro condanne, con riqualificazione dei fatti. Dalla contestazione di estorsione aggravata dal metodo mafioso, quella di agevolare il clan Genovese e la detenzione di esplosivo, era stata riconosciuta l’ipotesi di illecita concorrenza con minaccia o violenza e danneggiamento aggravati dal metodo mafioso e detenzione di materiale esplosivo a pene comprese tra i quattro anni e due mesi e i cinque anni e otto mesi. Da quel momento del processo per un fatto così grave, un attentato dimamitardo per agevolare le attività del clan Genovese, nessuna traccia. Diciotto anni dopo arriva la prescrizione. Fino a qualche giorno fa, quando e’ stata notificata ad alcuni degli imputati la sentenza predibattimentale di prescrizione. Quella emessa dopo sette anni e mezzo, per cui senza una sentenza di secondo grado, era intervenuta la decisione in sede predibattimentale di dichiarare la prescrizione dei reati, aggravati dal metodo mafioso. Una decisione comunicata solo sei anni e mezzo dopo alle parti (visto che non c’era una parte offesa costituita, il processo non doveva essere celebrato con un’udienza pubblica). Per cui dopo ventisei anni e mezzo per quel raid non ci sono colpevoli. Gli imputati erano difesi tra gli altri dagli avvocati Gaetano Aufiero Roberto Romano e Quirino Iorio.