Sport: ad Alvanite disputato il 1° “Memorial Cristian Cucciniello”

0
96

Riceviamo e pubblichiamo:
Ad Alvanite il “Memorial Cristian Cucciniello“, ha regalato momenti di aggregazione unici. Soddisfatti i numerosi abitanti della contrada atripaldese. Le prime parole da parte del Comitato di quartiere, penso debbano essere spese per le squadre che hanno partecipato, indiscusse protagoniste di questo Memorial. Un ringraziamento quindi a tutti i giocatori che, con la loro presenza, ci hanno aiutato a ricordare un magnifico bambino che non è più con noi. Se questo torneo ha avuto successo, e avrà un seguito negli anni avvenire, e vi assicuriamo che avrà futuro lo si deve al vero e proprio regista della manifestazione: Modestino Carpentiero che ha curato con estrema diligenza, passione e competenza ogni singolo dettaglio. Un ringraziamento doveroso lo dobbiamo anche a tutti gli sponsor e ai numerosi collaboratori di Modestino. Un grazie a Sergio Argenio che da quando è stato eletto il Comitato di Alvanite ci sta sostenendo in ogni manifestazione. Un ringraziamento speciale alla famiglia di Cristian. Infine un grazie di cuore al numerosissimo pubblico che è la risposta più palese agli sforzi di tutti noi, la riprova che questo torneo può divenire un appuntamento annuale che riunisce pubblico e i tanti ragazzi della comunità. Molto gradita la presenza del Sindaco Aldo Laurenzano e della Sig.ra Noce, degli Assessori Nancy Palladino e Giacomo Foschi, del Consigliere Montuori e del Capogruppo di Alleanza Nazionale A. Preziosi. La finale di questo torneo ha dimostrato che Alvanite non è solo “Marginalità Urbana”. La serata di domenica 9 novembre è la risposta alle tante parole che sono state dette durante la giornata di riflessione sul tema “Marginalità Urbane e nuovi bisogni: Alvanite e dintorni”. Io da ignorante quale sono, non ho capito nulla di quella giornata di riflessione. Una cosa è certa non ho sentito suggerimenti “nuovi” per la soluzione dei problemi presenti. Il “lavoro” del Comitato di Quartiere di Alvanite, insieme agli articoli che ogni tanto mi permetto di scrivere e che – gentilmente – alcuni giornali pubblicano, desiderano offrire alcune riflessioni sull’abitare in un’enclave sociale nella speranza che possano, se non essere integrate nella riflessione architettonica o urbanistica, almeno interrogarvi sul vostro modo di pensare, rappresentare il quartiere, i suoi residenti e soprattutto il loro abitare. Mi sembra importante chiarire innanzi tutto il luogo da cui vi scrivo: “Da dentro”. Non faccio riferimento solo ad un posizionamento fisico in opposizione ad un “fuori”, ma, anche ad un operazione di conoscenza per certi versi ambiziosa, quella antropologica, che pretende di generare un sapere “dall’interno”, dal “punto di vista del nativo”, attraverso l’incontro, l’interazione dialogica, la comprensione del contesto prossimo, ecc., senza peraltro rivendicare la fiction del “mettersi nei panni dell’altro”. Le case come i loro residenti di Contrada Alvanite sono stati sempre “visti da fuori”, “dall’alto” e ultimamente anche “dalle foto” (non sapendo nemmeno quali storie nascondevano quelle foto). Alvanite è una realtà sociale, sicuramente, non facile ma non è un ghetto, nè un iperghetto, o una banlieue. Abitare ad Alvanite non significa inscriversi nella posizione più bassa della gerarchia sociale della città di Atripalda. Io vorrei ricordare che alcuni tipi di incontri, alcune giornate di riflessione possono portare Alvanite (come altre Periferie) ad una intensa stigmatizzazione territoriale mediatica. Alvanite non vuole condividere questa sorte. Faccio riferimento allo stigma di Goffman Erving: un attributo che è profondamente discreditante, una disabilità che può facilmente squalificare l’individuo, privarlo da una piena accettazione degli altri, un linguaggio di relazioni. Quando venerdì 7 novembre ho assistito, in silenzio, alla giornata di riflessione in sala consiliare, pensavo continuamente ad uno dei tre tipi di stigma elaborati da Goffman: “Tribal stigma of race, nation and religion”, lo stigma che può essere trasmesso attraverso generazioni e contaminare ugualmente tutti i lignaggi e i membri di una famiglia, di una etnia, o gruppo religioso. Mi sembrava di assistere ad una stigmatizzazione territoriale: un’infamia spaziale che pone dilemmi di gestione d’informazioni, identità e gestione delle relazioni sociali. Stigmatizzazione rinforzata da una razionalità analitica oggettivante che vede le “pietre” (la funzione che ho dato alle foto) e non “gli uomini”. Per capire Alvanite e risolvere i problemi esistenti abbiamo bisogno – certamente – di “giornate di riflessione… e soluzioni”, abbiamo bisogno di una storia sociale che è tutta ancora da iscriversi. Per ora, attraverso una conoscenza “da dentro” il Comitato sta cercando di smontare il muro costituito da stereotipi. Peccato che ad ogni pezzetto caduto giù, arrivi qualcuno a ricostruirlo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here