La notte era già calata da un pezzo, quella domenica del 23 novembre 1980, quando alle 19:35 la terra si aprì inghiottendo case, scuole, chiese, ospedali. Sotto le macerie rimasero le donne che preparavano la cena, i bambini che giocavano in piazza, gli adolescenti che passeggiavano sul corso, i tifosi che commentavano il 4-2 con cui l’Avellino aveva battuto l’Ascoli.
Una scossa, poi un’altra e un’altra ancora. In novanta secondi il mondo cambiò per sempre.
I cadaveri recuperati furono circa tremila, quasi diecimila i feriti, centinaia di migliaia gli sfollati. Avellino fu la provincia più colpita, con 103 comuni devastati, seguita da Salerno (66 comuni) e Potenza (45).
A Sant’Angelo dei Lombardi, come in altri centri irpini, per giorni pezzi di corpi umani emergevano dalle macerie. Il primo ad arrivare tra quelle rovine fu il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che il pomeriggio successivo volò in Irpinia.
Stanco e sconvolto, percorse i luoghi della distruzione tra grida, pianti, implorazioni a cui non poteva dare risposta. Al rientro, nel discorso televisivo del 27 novembre, denunciò con forza ritardi e inadempienze nei soccorsi, arrivati solo cinque giorni dopo nelle zone più isolate.
“Sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica, dove ho assistito a spettacoli che mai dimenticherò… E ho constatato che non vi sono stati quei soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ci sono state mancanze gravi e chi ha mancato deve essere colpito… Non servono nuove leggi, le leggi che ci sono devono essere applicate… A distanza di tredici anni dal terremoto nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. Eppure allora furono stanziate le somme necessarie. Dove è finito questo danaro? Chi ha speculato sulla disgrazia del Belice?”
Parole che ancora oggi, a distanza di 45 anni, risuonano come un monito.
Un anniversario che arriva mentre la terra torna a tremare
Quest’anno la ricorrenza arriva in un clima di comprensibile inquietudine: nelle ultime settimane l’Irpinia è stata interessata da una nuova sequenza sismica, con due scosse — una con epicentro a Grottolella, l’altra a Montefredane — chiaramente avvertite dalla popolazione.
Nessun danno, ma tanta paura. Un richiamo improvviso a un passato che sembrava lontano e che invece continua a vivere sotto la pelle della terra.
Dal ricordo alla responsabilità
Oggi ricordiamo i ritardi nei soccorsi, la ricostruzione incompiuta, le polemiche mai sopite. Ma soprattutto ricordiamo le vittime. Ridurre tutto a una cerimonia non rende giustizia a ciò che l’Irpinia ha vissuto e costruito dopo. Dalla tragedia è nata una nuova consapevolezza: la ricostruzione materiale, civile e culturale è stata possibile grazie alle sue donne e ai suoi uomini migliori, a chi non ha mai smesso di credere nelle potenzialità di questa terra.
La memoria del 23 novembre non può diventare un rituale vuoto: è un dovere verso i giovani, verso chi non c’era e deve sapere. Per capire quanto l’Irpinia sia cambiata, quanto sia cresciuta e quanto ancora resti da fare.
Al di là delle polemiche, dei ritardi, delle ferite mai del tutto rimarginate, l’Irpinia è profondamente mutata. È passata attraverso la tragedia e ha trovato il modo di rinascere. E oggi, nel 45° anniversario, mentre la terra torna a tremare, quel messaggio di Franco Arminio sembra più vero che mai:
“Ci sono giorni in cui si rinasce.”
