A trent’anni dalla scomparsa di Aldo Moro, il Comitato elettorale pro-De Mita, Unione di Centro, nella persona di Antonio Di Gregorio, ricorda la barbara uccisione dello statista italiano, assassinato dalle Brigate Rosse nel maggio 1978
Sono passati 30 anni dal quel 16 Marzo 1978, quando Aldo Moro fu rapito dalle Brigate Rosse e la sua scorta barbaramente trucidata. Proprio quella mattina il Presidente della Democrazia Cristiana si stava recando alla Camera a votare il governo Andreotti delle “larghe intese”, al quale aveva alacremente lavorato e che rappresentava il punto di arrivo di tutta una strategia politica. Dopo 55 giorni di prigionia Moro fu ucciso e il suo corpo fatto ritrovare accartocciato in una Renault 4 rossa in Via Caetani, simbolicamente scelta tra Via delle Botteghe Oscure e Piazza del Gesù. Da quel momento la storia politica del nostro Paese subì una profonda trasformazione. Un uomo “mite e buono” lo definì Paolo VI, un cattolico che riuscì a tradurre in politica la visione Cristiana della verità con l’impegno di affermare il valore insostituibile della Democrazia e della libertà con la precisa convinzione della laicità della politica. Pugliese di nascita ma romano d’azione, per tutta la vita mantenne sempre una lucida coerenza dei principi ispiratori della sua azione politica, fin da quando giovanissimo, fu eletto deputato alla Costituente. Fortemente convinto dei principi del “Personalismo Cristiano” in politica che vedevano in Jacques Maritain il più grande teorico. Fin dalla Costituente il progetto politico di Moro presentava straordinari elementi di novità rispetto all’impianto centrista della D.C., che De Gasperi aveva indicato, nella fase che il Paese attraversò dal ’48 al 1953; Moro aveva intuito che la prima necessità era l’allargamento della democrazia e la partecipazione “attiva” di tutti i partiti presenti nell’arco costituzionale, a prescindere dai ruoli di maggioranza o di opposizione. Tale intuizione proiettava la sua strategia politica nel futuro e gettava le basi per la realizzazione dei primi governi di centro-sinistra che, di fatto, si concretizzarono con l’entrata dei socialisti nelle maggioranze guidate da Amintore Fanfani. Ma Moro non aveva la visione “radicale” sulle riforme che invece aveva Fanfani; egli era consapevole che il Paese non era ancora pronto a subire incisive trasformazioni istituzionali, economiche e sociali, e che bisognava procedere prima al rafforzamento dei diritti che andavano emergendo, sotto la spinta della modernizzazione e della crescita che l’Occidente, seppur in maniera diversificata, stava attraversando. A partire dal 1963 fino al 1978, tutta la strategia politica di Moro fu rivolta ad accompagnare il processo di modernizzazione dell’Italia nel contesto internazionale, avendo ben in mente, che la democrazia si poteva consolidare, e quindi modernizzarsi, solo se si fossero allargate le sue basi di rappresentanza nella gestione del potere, anche per quelle forze politiche che tradizionalmente rappresentavano culture antagoniste a quella cattolica-democratica. Moro era convinto della centralità del partito dei cattolici italiani all’interno del sistema democratico, tuttavia era altresì convinto, che una democrazia poteva dirsi davvero compiuta quando diventava agibile l’ipotesi dell’alternanza. La strategia delle “convergenze parallele”, attraverso il contributo dei partiti di opposizione di sinistra, segnò il punto più alto di allargamento e di inclusione nel progetto politico di riforma delle istituzioni. La lungimiranza della strategia politica morotea determinò non pochi attriti all’interno della D.C. ma grazie alla sua grande capacità di persuasione e di mediatore delle diverse esigenze, riuscì sempre ad orientare il partito verso prospettive di rinnovamento e di modernità. Dotato di una fede straordinaria, riuscì a coniugare i grandi principi della dottrina sociale della Chiesa, di cui era fermamente convinto, con le esigenze di una società in trasformazione, in cui il capitalismo e l’individualismo, se non fossero stati regolati da orientamenti etici, avrebbero prodotto un livello di conflittualità sociale che avrebbe minato ben presto la tenuta del sistema democratico. Moro sapeva che dopo le trasformazioni degli anni ’60, una nuova stagione di diritti e di libertà avrebbero condizionato la cultura politica del nostro Paese ed era consapevole che la giustizia sociale, allargata alle nuove esigenze della modernità, necessitava di una nuova strategia culturale di apertura degli spazi di partecipazione attiva dei cittadini nelle decisioni della politica. Da questo punto di vista, il suo insegnamento rimane insostituibile, per quella cultura politica che vede nel cattolicesimo democratico l’ipotesi più avanzata di garanzia di rappresentanza dei nuovi diritti e delle nuove libertà, emergenti in un mondo, in cui, un radicale relativismo va sempre più affermandosi e traducendosi nell’azione politica di schemi che vorrebbero ricondurre la realtà dentro uno sterile bipolarismo o peggio bipartitismo. Il pensiero di Moro è di straordinaria attualità e rimane un patrimonio insostituibile per i cattolici impegnati in politica oggi più di ieri….
