Angelo D’Angelo, la bandiera dei lupi che piaceva a Max Allegri.

Angelo D’Angelo, la bandiera dei lupi che piaceva a Max Allegri.

23 ottobre 2015

Per tutti è semplicemente il capitano. Gladiatore in campo, uomo umile nella vita di tutti i giorni. Angelo D’Angelo è un pezzo di storia del calcio avellinese.

Una carriera iniziata sui campi polverosi del Cilento, nel Pro Velia, squadra del suo paese natio, Ascea.

A Cosenza la prima opportunità in una società più strutturata, con la prima squadra che all’epoca, siamo agli albori degli anni Duemila, militava in serie B.

A formarlo due tecnici che, per uno strano gioco del destino, avevano indossato la casacca biancoverde: Alberto Urban e Gigi Marulla.

Già, proprio il compianto bomber che per quel ragazzo cilentano stravedeva.

“La sua scomparsa è stata per me un duro colpo – racconta commosso il capitano dei “lupi” -. Lo ricordo con affetto, per la sua professionalità ma soprattutto per il lato umano. Fu grazie a Marulla che sfiorai già a sedici anni la serie B. Fui convocato in prima squadra e l’anno successivo ero pronto a firmare il contratto. La società, però, fallì e ripartii dai dilettanti”.

La ripartenza ti portò a Voghera, dove al termine della stagione fosti etichettato come miglior giovane della serie D. In quegli anni hai incontrato sul tuo cammino allenatori importanti, da Claudio Gabetta, oggi nello staff tecnico della Juventus, a Massimiliano Allegri.

Qual è il tuo ricordo dell’attuale trainer campione d’Italia?

“A Gabetta devo molto. Fu lui che da Cosenza mi volle con sé a Voghera. Poi arrivò il turno della Spal con cui esordii in C1. In panchina c’era Allegri, uno che soprattutto con i centrocampisti lavorava moltissimo. I suoi consigli tecnici e tattici sono stati fondamentali per il prosieguo della mia carriera. Credeva in me e mi regalò anche la prima soddisfazione della mia carriera: l’esordio al “San Paolo” contro il Napoli di De Laurentiis. Un’emozione indimenticabile”.

Il fallimento della società estense ti riportò nel tuo Cilento, al Gelbison. A 22 anni ritornare in D fu quasi come dire addio ai sogni di gloria.
Ed, invece, proprio il ritorno a casa fu fondamentale per quella chiamata che ha segnato la svolta nella tua carriera.

“In due stagioni misi a segno 15 gol. Avevo appena iniziato il terzo anno quando arrivò prima la chiamata della Turris e, successivamente, quella dell’Avellino, nel suo primo anno tra i dilettanti dopo il fallimento. Ovviamente non esitai ad accettare la proposta dell’allora direttore Dionisio. Poter indossare quella maglia per me era pura utopia. L’Avellino era abituato a palcoscenici importanti, veniva dalla serie B ed ora ripartivamo insieme dalla Lega Nazionale Dilettanti. Mi sentivo davvero piccolissimo rispetto al blasone della società, alla sua storia, ai campioni che avevano indossato quella maglia”.

Avellino e D’Angelo, un percorso parallelo. Dalla D alla B in quattro anni. Quella B appena annusata dieci anni prima a Cosenza e ritrovata poi in Irpinia. Da protagonista.

“Ogni tanto, quando mi capita di voltarmi indietro, risento l’odore di quei campi di terra, su cui ho cominciato a correre. Se sono arrivato sin qui, però, lo devo anche a quei campi, a quella polvere respirata. Lì ho imparato l’umiltà, lo spirito di sacrificio, l’agonismo. Doti che ho cercato di non perdere nella scalata verso il professionismo. Devo ringraziare la società che mi ha dato fiducia e gli allenatori che si sono succeduti negli anni che mi hanno fatto crescere. Che dire: ora sono felice di essere entrato nella storia di questa città e di questa gloriosa società”.

Da capitano, simbolo e bandiera di questa squadra, quali sono i consigli che elargisci ai tuoi compagni più giovani?

“Chi arriva da società importanti ha sicuramente il valore aggiunto di una preparazione importante, ma senza umiltà ed ambizione non si va da nessuna parte. Ai giovani posso raccontare la mia storia, la storia di chi ha stretto i denti e ci ha creduto. Ho visto gente di talento, come Zappacosta, Izzo, Ely che il salto di categoria se lo è guadagnato sul campo proprio grazie all’ambizione, alla forza di volontà. Avellino credo sia la piazza ideale per un giovane volenteroso”.

Perché?

“Perché essendo molto calorosa e mediaticamente molto forte permette di formare un calciatore a pieno. Una volta che ti sei affermato ad Avellino non risenti affatto dl salto di categoria perchè sulla tua pelle ne hai già vissute tante, hai imparato a convivere con la pressione. Però se non hai carattere non è facile…”.

Cosa significa per Angelo D’Angelo essere il capitano dell’Avellino?

“Essere parte di una comunità. Vivere la città, il “Partenio”, ascoltare le storie di chi ha vissuto gli anni d’oro del calcio avellinese. Qui mi sono ambientato subito bene, anche perchè gli irpini sono molto simili ai cilentani. Il legame è cresciuto negli anni: col popolo irpino sul campo abbiamo vissuto insieme gioie e dolori, ognuno dei quali ha finito per rendere sempre più forte il mio legame con questa terra. Ormai Avellino è casa mia e farne parte per me è un grande onore”.

Una dichiarazione d’amore sentita. Cosa miglioreresti, se possibile, di questa città?

“Una piccola parte di quella cosiddetta tifoseria “occasionale”. Mi piacerebbe che le critiche, quando le cose non vanno, venissero mosse al 90°, alla fine di una gara. Il sostegno del pubblico è fondamentale, soprattutto per i più giovani, che ancora non conoscono quanto può sospingerti il pubblico del “Partenio”. Ripeto: più che giusto criticare quando la squadra lo merita, ma a fine partita”.

Il prossimo obiettivo di Angelo D’Angelo?

Dedicare un gol a mia moglie e a mio figlio, nato da poche settimane. Non vedo l’ora di avere tutta la famiglia sugli spalti, con mio figlio che guardi il suo papà giocare, che dia forza al capitano. Quest’anno più che mai, come abbiamo sempre fatto, dobbiamo vivere alla giornata e non guardare la classifica. Abbiamo i mezzi per fare una grande stagione”.

Parola di capitano.