Un artista “figlio del caso”: intervista a Cristiano De Andrè

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Avellino – “De Andrè canta De Andrè”. Un testimone come questo non è facile da prendere in consegna. Una sfida non da poco di sicuro. Lo sa bene Cristiano De Andrè, accolto l’altra sera da un pubblico mai così caloroso al Teatro Gesualdo di Avellino.

Quando un simile talento viene su tra il genio e l’unicità di un artista come Fabrizio De Andrè, la corsa può risultare piena di ostacoli. Proprio per questo la sfida di Cristiano è quella di mantenere in vita l’arte del padre senza però risultarne clone, quella di lavorare alla luce della sua poesia evitando di finirne schiacciato.

Note e parole dalla valenza musicale storica, quelle passate di padre in figlio nella serata al Teatro Gesualdo, tappa che fa parte di un tour che non vuole essere solo un tributo alla memoria di Fabrizio artista ma, anche e soprattutto, attestato di affetto e gratitudine a quella del padre.

Il lavoro fatto sui brani è stato tanto, soprattutto sull’introduzione e sulle code: i brani scelti sono stati rivisitati negli arrangiamenti dalla squadra di Cristiano, vestendosi di un’anima diversa da quella assegnata da Fabrizio al loro ‘concepimento’, senza però risultarne snaturati nella loro essenza primordiale.

Un polistrumentista straordinario, Cristiano, che ha dato prova di una eccellente preparazione musicale ‘guizzando’ velocissimo dal pianoforte al violino, dalla chitarra al bouzouki, senza scomporsi, senza perdere una sola battuta di tempo. Tra il batter di mani e la commozione del pubblico, l’artista ha ridato vita a brani come “La canzone di Marinella”, “Verranno a chiederti del nostro amore”, “Il pescatore”, “Ho visto Nina volare” e tanti, tanti altri. “Cose che dimentico”, testo di Fabrizio e musiche di Cristiano, è stato l’unico brano non proveniente dal canzoniere del padre.

Uno spettacolo che ha mandato in visibilio la platea, al termine del quale la standing ovation era d’obbligo. Una serata di musica, di grandi emozioni, di ricordi di una vita che sembra trascorsa da un secolo, in compagnia di un artista che solo per uno scherzo del caso fa De Andrè di cognome.

De Andrè canta De Andrè: l’occhio dell’artista, l’occhio del figlio. Con quale preferisci l’approccio al palco di questo tour?

“Con tutti e due. C’è l’occhio dell’artista perchè ho un bagaglio musicale che mi porto dietro da tanti anni grazie al quale ho cercato di dare una mia impronta a quello che facevo. L’occhio del figlio sta invece nella consapevolezza di sapere ‘chi’ era mio padre, sta nel rispetto che ho per lui, pur facendo delle cose diverse. Era una persona molto aperta, credo che sarebbe contento di quello che sto facendo”.

Quella di andare in tournee è stata una decisione travagliata. Dove hai trovato l’input necessario per prenderla?

“Dentro di me, ma non solo. L’ho trovato nei tanti messaggi che mi sono arrivati da parte di tante persone che volevano che io tornassi. Direi comunque che soprattutto dopo la trasmissione di Fazio, ho preso il coraggio per affrontare questo progetto verso il quale ero molto timoroso. Ma alla fine è andata bene”.

Come hai fatto a scegliere nel canzoniere di tuo padre i brani proposti nel concerto di questa sera?

“Ho scelto le canzoni che si prestavano di più agli arrangiamenti che abbiam fatto. E poi perché credo che ogni canzone sia legata ad un’altra dallo stesso bisogno di raccontare la propria storia, quasi a creare un album concept che descrivesse il periodo “barcollante” in cui viviamo. Dalla shakespeariana “Megun Megun” dove c’è un urlo che viene dalla società a Smisurata Preghiera dove invece questo urlo viene dall’anima, dal cuore. I personaggi che canto hanno un elemento comune: la richiesta di cambiare le cose, di ritrovare una certa umanità, quell’umanità negata e da cui scaturisce il bisogno di raccontarsi”.

Durante il concerto del 2 novembre 1997 al Teatro Regio, tuo padre ti introdusse al pubblico dicendo: “Adesso vi lascio ad un artista che solo per caso fa di cognome De Andrè”. Ma allora Cristiano “l’artista” è figlio più del caso o di suo padre?

“Beh, figlio di mio padre di sicuro perché ho avuto la fortuna di imparare tanto da lui. Ma molte cose le ho dovute anche costruire da me, non è facile essere figlio d’arte”.

Questa del tour è una sfida che hai definito “della tua vita”. Quanto sei vicino a vincerla?

“La mia vita è un grafico: ho affrontato tante sfide, alcune le ho vinte, alcune no. Questa l’ho vinta, ma la prossima sarà il mio disco”.

Hai cantato “Cose che dimentico”, ma cos’è che non dimenticherai mai di tuo padre?

“La coerenza, la sua grande coerenza. Il fatto di scrivere sempre quello che aveva in mente e quello che voleva dire senza accettare compromessi e senza lo scopo del danaro. Era una persona che quando aveva qualcosa da dire, lo faceva. Lo ammiro tanto per questa coerenza, spero di averne acquisita anch’io un po’ ”.

Qual è il tuo ultimo pensiero prima di salire sul palco e il primo quando vieni giù?

“Quando scendo, di solito e per fortuna, una grande scarica di adrenalina e tanta soddisfazione. Prima di salire sul palco, invece, faccio un segno della croce”. (di Oderica Lusi)

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