Avellino – Partire da un punto e non dalla conclusione. La convention-maratona dell’Udc ha cercato di centrare diversi temi individuando risposte e fornendo prospettive. C’hanno provato prima le donne dell’Unione di Centro che hanno rimarcato la volontà, e la necessità, di “…uscire dalle quattro mura del partito e di partecipare nei processi decisionali”, c’hanno provato i singoli, poi, mettendo sul tappeto problemi e problematicità legati al futuro. “E’ venuta meno la vecchia ideologia politica, – ha affermato Oreste La Stella in cattedra – è scomparsa la cultura politica e sta a noi dover fare sintesi e proporre degli indirizzi. Troppe le componenti impazzite. Vada bene il rispetto del singolo pensiero, ma manca la sinterizzazione di tutte queste componenti”.
Parola al movimento giovanile e ai vari dirigenti, ad ogni livello, del partito. Sullo svilimento del ruolo della politica nella vita sociale ha discusso Giuseppe Del Giudice, ex sindaco di Nusco e attuale componente provinciale dell’Udc. “La politica non è potere perché non incide più sulle nostre vite. In questo frangente si insinua la convinzione che le aspettative personali possano essere tutelate più da una persona che dalla razionalità di un partito. Avellino ha guardato con troppa invidia a Salerno e Napoli mostrando saccenza per l’entroterra. Avellino ha dimenticato l’importanza delle montagne e mira ad essere cerniera e città giardino tra Salerno e Benevento senza far riferimento alle risorse delle aree interne”.
Si è poi parlato, con l’assessore alle Attività Produttive Giuseppe Solimine, di crisi, di lavoro, di pragmatismo, di linee guida. “Tocca agli amministratori locali intessere rapporti con le comunità, dare risposte alle famiglie che vivono in disagio. L’impegno di questa amministrazione provinciale sarà di attivare corsi di formazione in Irpinia e di dare risposte. Dobbiamo essere abili ad intercettare le speranze della gente e di riappropriarci dei territori. In gioco c’è la prospettiva futura del partito”.
Celebrativo e ricco di spunti di riflessione l’intervento di Pietro Foglia. “Non abbiamo la presunzione di decidere per tutti. D’Alema è venuto ad Avellino auspicando un’alleanza con l’Udc, poi un signore di Sperone nega totalmente questa possibilità. È questo un partito serio? Con il governo provinciale finalmente l’Irpinia ha una cabina di regia, dobbiamo avere l’abilità di non perdere i fondi comunitari 2007/2013 e non possiamo perderci dietro fontane e aiuole”.
Ma quando si è trattato di dibattere sui temi degli Stati Generali, di democrazia e di crisi della rappresentanza, è stato Giuseppe De Mita a tracciare i primi punti cardine: “Abbiamo resistito nel momento di piena, ma ora è il momento dell’organizzazione. Abbiamo il dovere di indossare il vestito del rigore culturale. Siamo essenziali per la vittoria elettorale in Campania e altrove. Proprio adesso, dobbiamo avere un rigore politico di estrema serietà. La soluzione non è allontanarsi dal partito, ma viverlo. La politica di oggi non è che non dà risposte, ma non comprende la pluralità delle persone e non le colloca in una prospettiva di fondo. Sono allarmato che il populismo e la demagogia vengano interpretate come una condizione fisiologica degli Stati attuali. A fronte di ciò deve essere forte la risposta istituzionale, la vera chiave democratica”.
Per quanto riguarda le alleanze, il vice presidente di Palazzo Caracciolo è stato categorico: “Non si tratterà mai di accordi politici, ma di patti costituenti. Abbiamo l’esigenza di costruire un modello di organizzazione del potere. Con questa amministrazione provinciale abbiamo dato vita ad un sistema di inclusione prima soffocato, nonostante qualche critica da parte degli ex assessori”. In conclusione un riferimento di sturziana memoria a corollario dell’intervento: “La libertà è come l’aria. Se c’è è come se non servisse, se si riduce se ne avverte il bisogno, quando manca è difficile recuperare la condizione iniziale”.
Ricongiungere ogni tassello della giornata di dibattito è stato il compito di Ciriaco De Mita, leader dell’Udc irpino. Un lungo intervento, quello del presidente del partito, che ha piacevolmente intrattenuto la folta platea del Viva Hotel con aneddoti del passato e citazioni di grandi pensatori e storici. “La democrazia partecipativa in Italia non esiste e ce lo dimostra il nostro presidente del Consiglio quando asserisce che la legittimità dei fatti coincide con l’investitura personale. Chi governa deve capire che è lì per volere di parte di elettorato, ma alla fine deve dirigere per tutti. Questa campagna elettorale è stata l’unica, in tutta la mia vita, a non avermi stancato. Sapete perchè? L’attenzione della gente alla ricerca di un riferimento per uscire dalla crisi ha alimentato il mio cammino alle Europee. Non è per esaltarci, ma abbiamo la consapevolezza di essere un punto di riferimento per recuperare la democrazia partecipativa nel nostro Paese. L’Udc di cui parliamo non è un partito, ma la cultura del prossimo governo”.
Ma quale sarà il punto di partenza? Per De Mita non c’è dubbio: il recupero delle comunità. “Non dobbiamo partire dal basso, ma dalla consapevolezza dei bisogni del territorio. In questo la Lega non ci ha anticipato, è stata solo pioniera. Ha saputo percepire questo bisogno, ma ne ha dato una lettura negativa senza riscoprire la realtà comunitaria e scatenando l’estinzione della vita sociale. Come dire… da solo non mi salvo, muoio con lo Stato. L’attenzione della politica sul territorio non deve riflettersi sul vecchio municipalismo, ma riprendere il processo di aggregazione. Le comunità devono essere organizzate all’interno di una geografia che è cambiata. Quando impiantammo la Fiat in Valle Ufita avevamo chiaro un concetto: partire dal punto più lontano in direzione di Napoli. Oggi è il punto più vicono quello più lontano”. Nessun riferimento, almeno palese, all’appuntamento con le Regionali anche se un passaggio, sottile, ha lanciato un sasso nello stagno: “Tutti si sono stupiti apprendendo i fatti relativi all’Arpac. A me non suona una novità. Abbiamo litigato, in sede regionale, per i fondi comunitari perché il destinatario si facesse in regolamento. Ai tempi della tutela sanitaria pensammo di fondarla sul diritto alla salute. È vero che il servizio è in difficoltà, ma questo non è un problema solo campano. L’errore è che abbiamo avuto la pretesa di pianificare gli interventi. È per questo che credo che sia sbagliato caricare le istituzioni locali di troppe responsabilità. Però c’è una competenza che è propria degli enti locali: l’organizzazione dei servizi che è poi prerogativa di efficienza e di sbocchi di lavoro. La crisi non è dei partiti, ma della politica”. (di Marianna Marrazzo)
