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“Quando , nel ’92, si fece il governo Amato, all’interno della Dc si doveva decidere sui nuovi ministeri e discutemmo per giorni. Scotti voleva rimanere agli Interni, ma non motivò mai questa sua preferenza con l’intenzione di perseguire una strategia di lotta alla mafia. Forse, se l’avesse fatto avremmo fatto valutazioni diverse”. Così l’ex segretario della Dc Ciriaco De Mita, teste al processo sulla trattativa Stato-mafia, spiega l’avvicendamento, a fine giugno del 1992, alla guida del Viminale tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino. La lettura del politico, all’epoca presidente del partito, è diversa da quella dei pm che vedono dietro la sostituzione di Scotti il tentativo di interrompere la sua azione antimafia. “Non solo – prosegue De Mita – Scotti non mi disse mai di volere rimanere agli Interni per quel motivo, poi accettò l’incarico di ministro degli Esteri che certo non era una punizione, ma anzi il riconoscimento di una capacità di governo”.
Sulla decisione di Scotti di dimettersi da ministro degli esteri e scegliere la carica di parlamentare, quando il partito impose ai suoi l’opzione tra i due incarichi, De Mita dice: “la mia opinione è che a Scotti interessasse conservare l’immunità parlamentare”.
L’ex politico ha negato di avere mai parlato al suo ex compagno di partito Giuseppe Gargani del suo interrogatorio imminente da parte della procura di Palermo nell’ambito dell’indagine sulla trattativa.