Frigento – Costringeva i propri dipendenti ad accettare una paga più bassa di quella indicata nella busta, sotto minaccia che, in caso contrario, li avrebbe licenziati. I poveri malcapitati di una industria tessile dell’Alta Irpinia erano così costretti a lavorare per soli 3 euro all’ora. A scoprire il misfatto sono state le Fiamme Gialle della Tenenza della Guardia di Finanza di S. Angelo.
L’attività, nata a seguito di un accertamento in materia di sommerso da lavoro espletato nel maggio dello scorso anno nei confronti di un opificio tessile, ha permesso di riscontrare la sussistenza di una realtà connotata da peculiare gravità ed allarme sociale. L’amministratore di fatto dell’impresa, infatti, approfittando della nota crisi occupazionale che da sempre, seppur in misura più accentuata negli ultimi anni, attanaglia il territorio dell’Alta Irpinia, costringeva i propri dipendenti ad accettare trattamenti retributivi inferiori alle prestazioni rese e non conformi ai contratti collettivi di lavoro ed alle norme di legge vigenti in materia.
Quest’ultimo, oltre a subordinare l’assunzione all’accettazione di retribuzioni irrisorie, pari a 3,00 euro l’ora, disconosceva ogni tipo di compenso straordinario o in occasione di festività e giorni di malattia, prevedendo in caso di gravidanza somme forfettarie sempre inferiori a quanto prescritto a norma di legge.
L’accettazione di suddette deteriori condizioni lavorative costituiva condizione imprescindibile per la stipulazione del contratto di lavoro o la prosecuzione del rapporto, posto che, ove mai un’aspirante lavoratrice avesse preteso diversamente, non sarebbe mai stata assunta ovvero immediatamente licenziata.
Nel corso del rapporto di impiego, inoltre, le stesse erano costrette, sotto la continua minaccia di un prossimo licenziamento, a sottoscrivere buste paga recanti sempre importi superiori a quelli effettivamente percepiti, lavorando, nel caso delle dipendenti “part-time” per tutto l’arco della giornata in sostituzione delle 4 ore previste da contratto.
L’importante operazione non vuole, dunque, rappresentare un unicum, alla luce anche di quanto sostenuto dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Avellino, ma costituire anche un solido punto di partenza per l’espletamento di ulteriori attività di indagini affinché tali situazioni possano essere definitivamente stigmatizzate e ricondotte alla legalità.
Da rilevare che i giudici della Cassazione, solo pochi mesi fa (sentenza 42352, ottobre 2012), affermarono che sottopagare i lavoratori può portare anche a una condanna per estorsione. Prospettare ai dipendenti l’alternativa tra accettare un salario non adeguato o il doversi dimettere (o l’essere licenziati) configura dunque estorsione e, come tale, è un comportamento che viene punito con la reclusione da cinque a dieci anni e la multa da 516 a 2.065 euro. [1] Cass. sent. n. 42352 del 30.10.2012.
