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Sisma – Abruzzo e Irpinia, le riflessioni di ‘S. Angelo a S. Libera’

Sono passate circa 3 settimane dalla scossa che la notte del 6 aprile scorso devastò l’aquilano e l’Abruzzo intero. Sul tema del terremoto si segnala l’intervento del gruppo consiliare ‘Sant’Angelo a Scala Libera’ che, in una nota a firma dei consiglieri Giuseppe Festa, Pasquale Porcile, Massimo Zaccaria, Sergio Zaccaria, prova a fare un parallelo ed a ragionare su quanto accadde in Irpinia nel novembre del 1980 e negli successivi della ricostruzione.

“Il sisma de L’Aquila e dintorni nella notte di lunedì 6 aprile 2009 ci ha riportato la memoria subito ai terremoti del passato, a quello più vicino nel tempo ma devastante per distruzione di paesi e città, per l’area investita, per i morti e i feriti. Parliamo del sisma del 23 novembre 1980, quello che è passato alle cronache (impropriamente perché ha toccato territori più vasti) come il ‘terremoto dell’Irpinia’. Viene subito in mente perché è stato davvero uno spartiacque storico, un punto di non ritorno, ben oltre la tragedia del crollo di interi paesi, di parti consistenti di altri, di inagibilità notevole di città. Quella vicenda tirò fuori il meglio degli italiani: l’impegno sociale e mise in moto la macchina formidabile del volontariato. Un movimento così forte nella storia d’Italia non si era mai visto. Così ricco di tutte le organizzazioni possibili e immaginabili. Una cosa che ha lasciato il segno nel bene (uno scambio reale di conoscenze, esperienze, affetti) e nel male (il rigetto che cominciava a covare sotto la cenere della crisi dei partiti, dell’avanzare della corruzione e delle spallate razziste e secessioniste della Lega, della convinzione che la politica aveva altro di che occuparsi che dei terremotati irpini). Abbiamo visto mutare sotto i nostri occhi una realtà in modo radicale.

Attraversare oggi i paesi dell’Alta Irpinia, della montagna di Potenza e dell’interno più profondo della provincia di Salerno, dà uno spettacolo contraddittorio. Paesi lindi ma dalla ricostruzione, nel bene e nel male, discutibile; alcuni rispettosi in parte delle memorie del passato, molti più anonimi con la loro modernità oscillante dalla ricercatezza degli ultimi arrivati alla banalità e bruttezza del condominio periferico. Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Morra De Sanctis, Guardia dei Lombardi, Conza della Campania, Calitri: sono una parte del centro della distruzione del sisma del 1980. Sono oggi paesi ricchi di belle case ma poveri di persone, dove si respira l’atmosfera sospesa di chi non si sente protagonista in prima persona del proprio futuro.

Ma cosa oggi possiamo dire noi, cittadini e amministratori dei paesi del sisma dell’Irpinia a quelli dell’Aquila e dintorni? Per prima cosa, ci verrebbe da dire, di non credere a chi gli propone il sisma come occasione di sviluppo. Non farsi abbagliare quindi dai mega-progetti. Concentrarsi esclusivamente sulla ricostruzione delle case e sui fondi per essa. Per seconda cosa che la ricostruzione deve essere innanzitutto rispettosa delle tradizioni, della cultura, della vita sociale locale. L’esperienza ci ha insegnato che se riesci a ricostruire rispettando il lascito del vecchio mondo, naturalmente con tutti gli innesti della giusta modernità e vivibilità dell’oggi; se riesci a evitare l’anonimato e la tristezza delle periferie urbane, un paese, forse, riesci a farlo vivere. Altrimenti è la crisi definitiva. Ricostruire, ad esempio, nel terremoto abruzzese di oggi i piccoli borghi distrutti, con alcune palazzine dove ricoverare le poche centinaia di abitanti, sarebbe una cosa devastante e totalmente distruttiva di senso e di futuro. Per terza cosa consiglieremmo, dopo la primissima fase delle cose più urgenti legate alla vita delle persone e al loro ricovero serio e civile, catalogare meticolosamente tutti gli elementi architettonici significativi. Nei terremoti si perdono i cassetti dei ricordi, le biblioteche antiche, lo stemma delle famiglie, l’architrave di una casa, mobili antichi, e tante altre cose. Vanno catalogate e archiviate perché bisogna a tutti i costi cercare di mantenere questi segni che sono più decisivi di quanto uno non immagini in una comunità. Speriamo, quindi, in una ricostruzione partecipata che restituisca un’anima ai numerosi borghi abruzzesi fortemente colpiti dal sisma”.

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