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Saranno tre i quesiti che verranno sottoposti ai cittadini che sceglieranno di partecipare al referendum. I primi due riguarderanno sostanzialmente le coalizioni, con la possibilità per i cittadini di esprimersi sulla loro abrogazione (si) o sul mantenimento dell’ordinamento vigente (no). Rispettivamente, la scheda viola è relativa al premio di maggioranza nazionale per la Camera e riguarderà l’abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste, garantendo così il suddetto premio alla sola lista che ottiene più voti e permettendo altresì la partecipazione alla ripartizione dei seggi solo alle liste che raggiungono il 4% dei voti su base nazionale. Il secondo quesito (scheda beige) propone la stessa questione ma in relazione al premio di maggioranza regionale per il Senato, con l’abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio stesso ad una coalizione di liste. Anche in questo caso si aggiudicherà il bonus il partito che otterrà più voti, garantendo così il 55% dei seggi su base regionale. Per quanto riguarda gli sbarramenti, la ripartizione degli ulteriori seggi verrà assicurata in questo caso alle liste che otterranno almeno l’8% delle preferenze. Infine la scheda verde, che riguarderà la disciplina della candidature, con l’abrogazione della possibilità per uno stesso candidato di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione. In sostanza la ratio del quesito risiede nell’abolizione di quelle che vengono definite le ‘candidature multiple’, cioè la possibilità di presentarsi in più ambiti territoriali con liste aventi lo stesso simbolo e il successivo eventuale esercizio dell’opzione nel caso di elezione in più di un distretto.
Questo dunque il ‘succo’ degli argomenti al vaglio della cittadinanza, per un referendum che sarebbe dovuto tenersi l’anno scorso ed è stato poi rinviato a causa della caduta del governo Prodi, e che in ogni caso resta chiacchierato, a partire dalla scelta della data in cui sarebbe dovuto tenersi, per arrivare – ora che è imminente – alle valutazioni in merito alla partecipazione ed eventualmente si propenda per l’adesione, all’opzione tra il si e il no. Un duplice dubbio non secondario come testimoniano anche le spaccature di Roma, sia per le forze di maggioranza che per quelle di opposizione, sull’atteggiamento da assumere. Intanto gli schieramenti pro si e pro no provano a far valere le loro ragioni, sciorinando giustificazioni verso i due tipi di voto possibile.
Tra i fautori della risposta affermativa ci sarebbe – con esito favorevole – l’eliminazione dei ‘cartelli elettorali’, cioè quel fenomeno della costituzione di coalizioni frammentate con relativo sbriciolamento della rappresentanza, con una conseguente ristrutturazione politica tendente al bipartitismo. Per i sostenitori del si inoltre l’abrogazione espressa nei quesiti uno e due non minerebbe l’esistenza dei partiti minori ma ne renderebbe tuttavia necessario un riordino di più ampio respiro (causa sbarramento). Per i partiti forti invece il premio di maggioranza garantirebbe una maggiore capacità di governare e al contempo l’onere di dover dar conto direttamente agli elettori di eventuali frizioni interne e lacerazioni che potrebbero sopraggiungere dopo l’insediamento.
E proprio su questo ultimo aspetto poggerebbero anche alcune tra le ragioni del no. Nello specifico ci sarebbe il rischio che maggioranze troppo forti abbiano troppa ‘libertà di manovra’, inoltre si sostiene il pericolo che venga eccessivamente mortificato il pluralismo di apporti ideologici al sistema paese. Parecchi consensi trova inoltra la considerazione che i trucchi della politica siano in grado di aggirare l’ostacolo (listoni disomogenei di parata, pronti a spezzettarsi alla prima difficoltà), rendendo quindi l’abrogazione di fatto un provvedimento inutile. C’è inoltre da considerare che il superamento dell’attuale legge ‘Porcellum’ richiederebbe presumibilmente comunque un ulteriore intervento del legislatore, stando alla ‘limitatezza’ dello strumento referendario e al fatto che la funzione legislativa spetta, per Costituzione, al Parlamento.
Quelli presentati sono solo alcuni degli argomenti sostenuti. Posizioni, insomma, che a seconda della collocazione politica, del retaggio culturale o delle personali considerazioni, portano a far propendere per l’una o l’altra sponda. E lo stesso vale, evidentemente, per il terzo quesito, dove si scontrano le scelte calate dall’alto o dal basso. Quella trasparenza professata dal si, evitando candidature plurime e la susseguente cooptazione – si afferma – in contrapposizione alla salvaguardia dell’opportunità delle segreterie politiche di operare nel modo ritenuto più opportuno in sede di candidature, lasciando così tutto invariato.
Ma a prescindere, come del resto in tutti i referendum, la principale verifica riguarderà in primis il dato sull’affluenza. Quel quorum (50% più uno) che, solo se raggiunto, permetterà la validità della consultazione. In questo senso la concomitanza dei ballottaggi rappresenta un nuovo spunto di riflessione. La domanda è: il voto amministrativo favorirà l’afflusso alle urne anche per il referendum? Tra dieci giorni, la risposta. Intanto il cittadino che si reca alle urne deve sapere che non è in ogni caso obbligato a partecipare anche al referendum. Ha infatti la facoltà di scegliere se ritirare anche le tre schede relative, partecipando così o meno alla costituzione della maggioranza necessaria. (et)