
Quindici – Le ditte “Caliendo Elisabetta” e “Selvestrini Margherita” intendono chiarire agli organi di stampa locali e nazionali che le notizie di agenzia dello scorso 30 luglio relative alla confisca dei beni dell’ex sindaco di Quindici Antonio Siniscalchi non sono corrispondenti all’esatto stato dei fatti. Basti considerare alcuni passaggi della sentenza che il Tribunale di Avellino, Misure di Prevenzione, ha depositato il 20 maggio, per comprendere che l’entità della confisca è di gran lungo inferiore a quanto invece riportato, non superando i 150mila euro. Si tratta di automezzi risalenti a circa un trentennio, come si evince dai certificati cronologici Aci, terreni che hanno un valore prettamente affettivo, quale ad esempio il fondo in località Moschiano, bosco ceduo, risalente al 1900 nella disponibilità della famiglia, inaccessibile e confinante con un dirupo. Fondo in località via Provinciale,agricolo, con nessun altro utilizzo possibile al di fuori di questo, di estensione apri a circa 6000 mq, attiguo ad un lagno e prossimo ad una strada provinciale. Un capannone sito in Contrada, ex macello comunale dismesso, risalente agli anni settanta, per una superficie coperta di appena 140 mq, composta tra l’altro da due stanzette utilizzate per il riposo degli animali prima della macellazione. Questo bene è stato pagato, per un totale di 51mila euro in modo rateale dal novembre 2003 al gennaio 2005. “In particolare, considerato il buon nome delle imprese che rappresentiamo e la necessità di tutelare clientela e onorabilità di trent’anni di onesto lavoro, – si legge nella nota – intendiamo invitare a specificare che le aziende in questione non sono state oggetto della confisca. A tale proposito vogliamo allegare alla presente comunicazione stralci della sentenza “…che da anni il Siniscalchi lavora e produce reddito lecitamente nelle aziende di famigli”. Più specificatamente per quanto attiene alla ditta invece, facciamo rilevare quanto espresso dai giudici in sentenza, per motivare la mancata confisca delle aziende. Infatti già antecedentemente (al 1996) a tale data Siniscalchi aveva un proprio reddito lecito derivante sia dall’attività di dipendente del Ministero della Pubblica Istruzione sia dalla gestione dell’impresa familiare di commercio ortofrutticolo all’ingrosso, ereditata dal padre Sigismondo, operante nel Vallo di Lauro già negli anni sessanta. Dunque non possono essere confiscate in primo luogo le promanazioni della azienda storica della famiglia Siniscalchi, rappresentate sia dall’impresa individuale esercitata da Selvestrini Margherita a far data dal 1985 che da quella successivamente intestata a Caliendo Elisabetta”.