Nulla di fatto al termine dell’udienza preliminare per il processo che vede sul banco degli imputati oltre duecento imprenditori solofrani. Il giudice del tribunale di Avellino ha infatti dichiarato la propria incompetenza rispetto al procedimento ed ha trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica di Napoli. La questione al vaglio risale al 2004 e riguarda la vicenda delle acque di spruzzo, con l’ordinanza n. 166 del 22-06-2004, prima autorizzate a riversare nella fognatura, poi invece fatte oggetto di segregazione. All’epoca dei fatti il presidente della Stazione sperimentale per l’industria delle pelli e delle materie concianti di Napoli Angelo Sari, davanti alla commissione senatoriale d’inchiesta sull’inquinamento del fiume Sarno, spiegava la vicenda facendo riferimento all’errata interpretazione dei dati di una conceria di Solofra, che evidenziavano la pericolosità delle acque di spruzzo, ma tutto era avvenuto senza effettuare le necessarie analisi da parte dell’Arpac di Avellino. La dichiarazione si basava sui dati contenuti in migliaia di schede di sicurezza, “da noi peraltro analizzate – evidenziava Sari – e dalle quali non risultavano prodotti altamente pericolosi”.
La segregazione delle acque di spruzzo comporta per i conciatori dei pesanti aggravi in termini di costi. Il provvedimento in merito alla segregazione delle acque di spruzzo era stato emanato dal Commissario per il superamento dell’emergenza Sarno. Il caso delle acque di spruzzo del polo conciario solofrano, appare ad ogni modo sostanzialmente unico visto che negli altri poli conciari queste acque reflue vengono smaltite insieme agli altri scarichi prodotti ed avviati ad impianti di depurazione.
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