Pdl Mercogliano: “Carullo seguace di Latouche…solo per visibilità”

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Ci sono i seguaci di Serge Latouche, ma anche chi proprio non vuol sentir parlare. Gli economisti fanno opinione e soprattutto chi come Latouche teorizza la “decrescita serena” facilmente apre un dibattito. Il Popolo della Libertà di Mercogliano, dopo aver appreso dalla stampa che il sindaco del proprio Comune Massimiliano Carullo è stato definito dal sindaco di Napoli De Magistris come un autentico interprete delle ideologie del prof. Serge Latouche, ovviamente fanno una riflessione in merito. “Il primo cittadino di Mercogliano è dunque un “decrescente” ovverosia un seguace della teoria della “decrescita serena” e noi non resta altro che osservare che tra chi le spara grosse ci s’intende. La teoria dello pseudo-economista francese è un coacervo di ovvietà e mistificazioni ecologiche collegate tra loro da un collante teorico a dir poco stravagante e incoerente. Il punto di partenza della teoria di Latouche è la constatazione che “una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito e che le nostre produzioni e nostri consumi non possono superare le capacità di rigenerazione della biosfera”. Da ciò ne discende che “i consumi devono essere ridotti” e il nostro stile di vita deve essere rivisto profondamente. Come? Producendo in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione e limitando all’indispensabile i movimenti di merci e capitali. Eliminando il turismo di massa e divenendo consapevoli che “un campanile al centro e l’orizzonte tutto intorno delimitano un territorio sufficiente per la vita di un uomo”. Ridimensionando il tempo dedicato al lavoro in maniera tale che una redistribuzione delle ore lavorate costituisca, in un contesto di produzione decrescente, un antidoto alla disoccupazione. Tutto ciò dovrebbe trovare una sintesi politica ed un nuovo assetto istituzionale nelle cosiddette bioregioni dove, nell’ottica della ricerca dell’autonomia alimentare, dovrebbero essere stimolate una agricoltura e un orticoltura estensive in cui “i rifiuti, compresi in prospettiva gli escrementi umani, devono ritornare alla terra come fertilizzanti, alimenti per bestiami o concimi”. Nelle bioregioni inoltre, l’energia dovrebbe essere prodotta localmente attraverso l’uso esclusivo delle tecnologie biorinnovabili, si dovrebbe incoraggiare il commercio autoctono e scoraggiare la grande distribuzione, si dovrebbe poter addirittura coniare delle monete locali. Secondo Latouche, che in questo passaggio raggiunge l’apice della sua elaborazione teorica, andrebbe ridefinito il concetto di benessere tenendo conto che quest’ultimo “non richiede necessariamente che si possiedano dieci paia di scarpe, spesso di cattiva qualità, piuttosto che due paia di buona qualità”. E tal proposito, citando un altro decrescente, sostiene l’aberrante opinione per cui “i bisogni accettabili dovrebbero essere stabiliti dall’insieme della comunità, la municipalità. Un’assemblea può dire:”Due paia di scarpe bastano. Non avete bisogno di dieci paia”. La comunità può decidere che non si può superare un certo limite, che le persone non hanno bisogno della luna”. Va da sé che la teoria di Latouche è del tutto erronea in quanto parte da una concezione datata dello sviluppo che non tiene conto di come ormai gran parte della ricchezza sia prodotta grazie all’utilizzo di input non fisici ma di fattori intangibili e quindi illimitatamente riproducibili. Va da sé, inoltre, che la concreta applicazione di tali idee liberticide ci farebbe tornare al medioevo se non all’età della pietra. Ciò che invece ci preme sottolineare è la caparbietà con la quale Carullo cerca di aggrapparsi a qualsiasi cosa che abbia connotazioni drammatiche o pauperistiche pur di pubblicizzare il suo nome. Il problema è che, però, dovrebbe essere anche maggiormente coerente con ciò che afferma di sostenere. Da fervente seguace di Latouche dovrebbe dare il buon esempio contribuendo fattivamente alla riduzione del peso ambientale delle scelte della sua amministrazione. Se così fosse, infatti, non indugerebbe un secondo nel rinunciare all’attuazione di un anacronistico P.I.P. (Piano di Insediamento Produttivo) che non serve ad altro se non a sacrificare una delle poche zone verdi rimaste nel territorio di Mercogliano realizzando, nel contempo, l’ennesimo enorme spreco di risorse pubbliche. Così purtroppo non è e così non sarà: un altro scempio, insomma, un altro monumento al consumo dissennato, altro che decrescita serena”.

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