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Il Pdl ha vissuto con le elezioni in Provincia il suo periodo di massimo splendore. Attualmente, però, l’entusiasmo sembra essersi smorzato e i toni spenti. Insomma, comincia a sentirsi la lacuna del poco radicamento sul territorio…
“Il mancato radicamento c’è e non è una sorpresa. Piuttosto una situazione che il Pdl ha ereditato. Già in passato partiti come An e Fi avrebbero potuto strutturarsi in maniera adeguata, cosa che non è mai stata fatta. Attualmente esiste la grave difficoltà della carenza di una organizzazione politica, ragion per cui tutto si riversa sul presidente della Provincia su cui, in mancanza di una solida struttura di partito, convergono problemi di carattere organizzativo e politico”.
Il Pdl è al centro di dure accuse, anche intestine. Ed ha perso qualche pezzo, vedi Zecchino o Benigni che non hanno certo speso parole di elogio verso i suoi alleati…
“Capisco la denuncia, ma dal problema non si scappa. Aderire a questo o quel partito in questo modo, sa tanto di posizionamento più elettorale che politico. Nel Pdl molti avrebbero voluto godere dell’esperienza di persone di un certo spessore ma purtroppo così non è stato”.
A proposito di carenza di organizzazione, i tempi di gestazione del coordinamento appaiono lunghi. Motivo in più per dare legittimazione a chi dice che il Pdl non esiste e ne accolla le responsabilità al coordinatore e al suo vice…
“I problemi non riguardano la gestione ma l’entità Pdl. Il partito nella sua espressione più chiara. Le accuse mosse alla Cosenza o a Cusano sarebbero state mosse a chiunque nella loro posizione. Ma le vere responsabilità vanno cercate altrove.
In questa provincia, tanto per cominciare, abbiamo abusato della parola commissario ed ora ne stiamo pagando le conseguenze. Per evitare questo impasse probabilmente sarebbe stata utile una maggiore lungimiranza del coordinatore regionale (Nicola Cosentino, ndr), poco presente sul territorio. Ma a questo punto, a parte qualche analisi, è inutile imputare responsabilità. Piuttosto facciamo un mea culpa, rimbocchiamoci le maniche ed avviamo un’opera di riorganizzazione del partito e del suo approccio con il territorio”.
Quali saranno allora i criteri di composizione del coordinamento?
“Secondo me si dovranno individuare sul territorio coloro che in modo legittimo abbiano la capacità di esserne interpreti. Se entriamo nella logica di riempire moduli non facciamo altro che ampliare il divario tra la politica e i cittadini.
Il Pdl deve riacquisire il ‘perché’. Il perché della politica che, fatta nei modi giusti, è cosa nobile.
La pratica della vera politica non è astrazione, anche se può incorrere nell’errore di sembrarlo, ma è un modus operandi che manifesta il suo pragmatismo quando si entra a contatto con il territorio”.
Le elezioni regionali si avvicinano e cominciano ad avvicendarsi le prime ipotesi sui nomi o quanto meno sui criteri per definirli…
“Questo è un periodo particolare. La situazione appare prematura ma in realtà si avverte un certo fermento. Penso che nella scelta delle candidature sia innanzitutto doveroso riconfermare gli uscenti.
Non dimentichiamo, poi, che con la vittoria alla Provincia abbiamo acquisito l’onere importante di dare risposte politiche. Dunque, un criterio da adottare sarebbe quello di dare alle aspirazioni della gente il giusto oggetto, non solo per recuperare maggiore visibilità ma anche per inserirci nel dibattito politico da protagonisti”.
Resta l’incognita Udc. A Palazzo Santa Lucia secondo lei esistono i presupposti per confermare l’alleanza?
“Se viene tracciato un percorso politico, non penso possa essere tradito. L’Udc e il Pdl sono insieme in tre Province. Ma se in questo caso è De Mita a decidere per l’Udc allora è anche possibile un’ipotesi diversa. A mio avviso le varie ipotesi messe in campo da De Mita sono più un’operazione tattica per i disequilibri in altre Province che altro”.