![]()
Un crescendo di entusiasmo legato, secondo il segretario regionale, a due fattori portanti:
“Innanzitutto – ha esordito Iannuzzi dopo i ringraziamenti di rito – quella di oggi è la reazione alla dimostrazione di coerenza, determinazione e fedeltà che ci lega alla nostra appartenenza politica. È la risposta alla scelta di rimanere nella nostra casa con un credo che va al di sopra delle scelte istituzionali.
In secondo luogo siamo di fronte alla conferma che è passato in profondità il messaggio di rinnovamento e modernità voluto da Veltroni”.
Una nuova forza, dunque, basata su un presupposto imprescindibile che diventa carattere distintivo rispetto al più temibile avversario (Pdl, ndr): l’unità.
“A differenza degli altri noi stiamo insieme per governare, non per vincere”.
Diretto, chiaro e incisivo nella sua semplicità, il discorso di Dario Franceschini ha tralasciato idealismi di sorta e programmi elettorali per chiarire all’opinione pubblica cosa è stato e cosa potrà essere. Ma soprattutto il leader padano ha mostrato il volto vero del nuovo partito, scevro da illusioni e controindicazioni e determinato nel voler dare un segnale di cambiamento a “15 anni di politica immobile e stagnante”. Perché il popolo “è stanco di una politica che non è né moderna né europea. Stanco di una politica che si fossilizza sulle beghe tra partiti”. “Veltroni ha voluto reintrodurre nel nuovo modo di leggere la politica un insegnamento che viene dai nostri ‘padri’: recuperare l’idea civile che il Paese deve avere”.
Una analisi fredda e critica anche nei confronti del governo Prodi, caduto “non per un incidente ma per chi, con un nome, un cognome ed un volto ha tradito il proprio mandato”.
Ma secondo l’esponente del Pd la corsa al voto sarebbe stata oltremodo controproducente: “Avevamo proposto di andare al voto a giugno ma non hanno voluto accettare”. Alla crisi del sistema ha inoltre contribuito l’esistenza delle coalizioni “che hanno fallito: troppi partiti, troppe sigle, troppa brama di visibilità, troppi attacchi ai propri alleati. In questa legislatura abbiamo trascorso il 90 per cento del tempo a tenere unita la coalizione”. Una logica sbagliata, dunque, generata da una legge elettorale imperfetta in cui “è stato permesso ai piccoli partiti di ostacolare il buon governo del Paese”.
Se l’autocritica non è mancata, la critica ha avuto il suo spazio: “Hanno inventato il Pdl ma dal 1994 sono sempre gli stessi. Se andassero al governo tutto ricomincerebbe daccapo”.
Dunque il Pd ambisce alla chiusura “della vecchia stagione” per far spazio al cambiamento. Quello reale e non quello solo pubblicizzato. “A dimostrazione del nostro modo di fare politica molti volti noti hanno fatto un passo indietro e non si sono ripresentanti. Un altro esempio?… Il limite del mandato: per noi è una regola e, sia chiaro, le regole sono uguali per tutti”. A voler dire, a buon intenditor poche parole.
Ma il Pd ha “un ingrediente più degli altri”, il senso della ‘missione collettiva’: “Ha dentro il Paese: l’operaio, l’imprenditore, il precario, la donna…”.
Insomma, “un voto al Pd è un voto al cambiamento”. Perché, ci crediate o no, “questa è la più straordinaria azione di rinnovamento politico mai fatta in Italia”. (di Manuela Di Pietro)