Avellino – Dopo lo sfogo del dimissionario Vittoria, è partito il momento del dibattito e della discussione. A prendere la parola per prima è stata la presidente del Pd Vanda Grassi. “Come garante delle procedure in atto nei diversi organi del Partito Democratico, mi sono sentita in dovere di fare un personale appello a Vittoria. L’ho fatto anche in virtù delle molte sollecitazioni che mi sono giunte. Il nostro scopo, adesso, è quello di rilanciare il Pd verso il congresso provinciale di settembre che determinerà la nuova strada da seguire. Partendo dal comitato di garanzia e affidando il partito alla reggenza di Enzo De Luca, abbiamo tutto il dovere di riorganizzarci e guardare avanti”.
Successivo l’intervento del dimissionario vice segretario Gerardo Adiglietti. “Vittoria si è solo tolto qualche sassolino dalla scarpa. Non ho sentito alcuna analisi di voto. In più occasioni sono stato accusato di essere inaffidabile e incoerente. Ma perché nessuno parla delle dimissioni di Salzarulo e di Venezia dall’Ufficio Politico? Viviamo una situazione, all’interno, che è a dir poco drammatica. È facile andare via, difficile è restare. Non si evita l’analisi del voto in un momento del genere. Bisogna ammettere di aver sbagliato e bisogna avere il coraggio di aprire un confronto. Ho bevuto un calice amaro fino all’ultimo sorso, ma non ci si può accusare di aver assunto comportamenti ambigui e non chiari. Ridurre tutto ad uno sfogo, senza fissare i punti fondamentali della sconfitta, a chi giova? Carichiamo ulteriormente il senatore De Luca di responsabilità, ma è l’unica figura istituzionale ad essere in grado di traghettarci alla fase congressuale. La sconfitta alla Provincia non è stata il frutto della mala sorte, ma la mancanza di organizzazione sul territorio. Quello che è successo all’Asi è l’ultimo sintomo di un malessere covato già da prima. Non abbiamo bisogno di moralizzatori che ci dicano cosa fare adesso. I sindaci si sono sentiti autorizzati a fare quel che volevano. Siamo arrivati a valle con la piena e adesso sta a noi chiudere questa farsa. Il prossimo passo da compiere è legittimare un gruppo dirigente giovane, puntare sulla qualità delle persone e sugli alti profili. Lo si può fare senza Vittoria e senza Adiglietti”.
Lucida l’analisi del primo cittadino di Avellino Pino Galasso. “La vittoria al Comune non è un trofeo della segreteria provinciale. I sindaci irpini hanno manifestato un disagio più che un’emergenza e noi non li abbiamo ascoltati. Una prova è l’Asi: si è concordato un programma e poi ci siamo ritrovati in altra situazione. Se il segretario provinciale non ha saputo gestire quanto accaduto è giusto che sia andato via. Vittimizzarsi non serve. Queste dimissioni potevano essere evitate se la discussione si fosse conclusa una settimana fa. Alberta De Simone in questa vicenda non c’entra e non bisogna guardare al passato per capire che qualcosa non va. Ripartiamo dal tesseramento ma non dobbiamo far emergere l’idea che il Partito Democratico è un gruppo di tagliateste”.
Nonostante sia stata indicata come la ‘causa scatenante’ delle dimissioni di Vittoria, Alberta De Simone non ha esasperato i toni. Anzi. L’ex numero uno di Palazzo Caracciolo ha persino espresso la volontà alla direzione di scrivere una nota di ringraziamento, indirizzata a Vittoria, per l’anno svolto nelle vesti di segretario e per il “…discreto lavoro compiuto”. Poi la personale osservazione. “Avellino non basta a risollevarci dal tonfo provinciale. Avevamo bisogno di una saggezza antica e di unitarietà per poter vincere questa sfida. Abbiamo lottato contro il demitismo sia a livello nazionale che provinciale. Mi viene in mente una novella di Boccaccio per spiegare i fatti che si stanno consumando all’interno del Pd. Ci sono due amici, uno fervente cattolico e l’altro ateo. Il credente vuol far convertire l’altro, ma quest’ultimo vuole toccare con mano la grandiosità del Signore e così decide di andare a Roma. Tornato dal suo viaggio in Vaticano, e venuto a conoscenza del potere temporale della Chiesa, decide di convertirsi. Ma non perché aveva visto un mondo sano. L’ateo aveva curiosità di credere ciò che il suo amico credente professava con tanta straordinarietà e che era lontano da Roma e dal Papa. Questo è accaduto a noi. Siamo stati travolti dalla vittoria di Romano alla Provincia e non lo so come abbiamo fatto. E non so neanche come sia potuto accedere il mio tracollo alla Provincia. Lo scorso 30 settembre, una ricerca del Sole 24 Ore mi piazzava al settimo posto tra i presidenti di Provincia più affidabili. Ancora oggi non mi so spiegare come sia potuto crollare tutto. Oggi per il Pd si apre una pagina di sofferenza con le dimissioni di Vittoria. Berlinguer diceva che per capire la politica bisognava capire le persone. Noi non abbiamo capito le persone. Sono dell’idea che non bisogna fare un’analisi del voto adesso. Abbiamo avuto candidati che fino al giorno prima della presentazione delle liste si sono tirati indietro perché spaventati dalla competizione. Fortuna che c’è stato quell’otto per cento di giovani che ci ha salvato la faccia e ci ha consentito di presentarci alle elezioni. Siamo partiti già sconfitti e questo ci ha penalizzato. Ho parato fuoco da tutte le angolazioni: dalla Sinistra, dalla Destra, davanti e anche da dietro. Adesso è arrivato il momento di mettere un punto. Non accetterò mai più candidature. Voglio occuparmi della formazione dei giovani ai quali sarà affidato il Partito Democratico in Irpinia. Quello che si aprirà per noi non sarà un momento facile, ma non sputiamo sugli 88mila voti ricevuti. Ripartiamo anche da questo e dall’idea di serietà e collegialità”.
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