Pd – Antonacci: “In direzione atto di autorità non di autorevolezza”

0
3

Avellino – Salvatore Antonacci, delegato dell’Assemblea Regionale del Pd analizza l’attuale fase del Pd irpino. Con una metafora ad effetto Antonacci paragona il Partito Democratico “alla città di Dresda durante i bombardamenti alleati della seconda guerra mondiale”.
“Con il passare dei giorni – spiega – il campo di azione del Pd provinciale registra cumuli di macerie e in ogni angolo della nostra provincia si innalzano nel cielo colonne di fumo sempre più alte e scure”.
Un quadro chiaro e drammatico: “La città brucia, il PD irpino deflagra e molti continuano a credere che la vittoria sia comunque possibile e vicina.
La geografia interna al PD, consegna alle cronache scenari “politicamente” raccapriccianti.
L’arroccamento della dirigenza provinciale segna un corto circuito difficilmente riparabile, a mio avviso, tra la base e i simpatizzanti, da una parte, e i vertici politici, dall’altra.
La politica ha per fondamento la capacità di ascolto, di elaborazione e di sintesi, doti che, viste le metodologie adottate per la scelta delle candidature alla carica di consigliere regionale della Campania, sembrano essere merce rara a via Tagliamento.
Ma, soprattutto quando emergono contraddizioni lampanti non si può far finta di niente, non si può essere accondiscendenti, non si può chinare la testa predicando falsa unità, che si traduce nel pagamento di qualche cambiale pre e post congressuale, non si può far finta che vada tutto bene.
Il PD irpino si incarta nella querelle tra mancanza di rispetto per le sensibilità interne, per le energie reali, per le passioni, e il falso, dico falso, ascolto del territorio”.
Un “incartamento” secondo Antonacci “voluto”.
“O è miopia politica o cattiva fede, quella che anima chi propone scelte proposte o imposte, che dir si voglia, all’interno di una discussione che durante il suo svolgimento le modifica profondamente suggerendo di fermarsi per tempo e di sforzarsi di usare maggiore ‘ragionevolezza’ per cercare soluzioni quanto più largamente condivise.
Si arriva così, malinconicamente, alla fine della direzione provinciale ultima scorsa, in quel posto il ragionamento cede il passo all’esercizio di un vero atto di forza, di un atto di autorità e non di autorevolezza, il patatrac si consuma tra una parte festante, e cosciente di far valere alla fine solo la regola del conteggio, e un’altra parte di partito che si guarda attonita, chiedendosi se davvero la discussione fosse aperta o se invece non fosse frutto di una decisione già presa altrove, e se tutti avessero realmente capito la “pesantezza“ delle scelte imposte.
Il “così è se vi pare”, “bere o affogare”, viene servito su un vassoio d’argento e si scopre che la proposta del segretario provinciale era una proposta “immodificabile”, non una proposta ma un vero e proprio diktat.
Un dirigente politico, chiunque esso sia e in qualunque posto del mondo si trovi, si dovrebbe preoccupare di mantenere insieme tutto il gruppo ed usando lo “spirito” del buon padre di famiglia tentare di non far disgregare la famiglia”.

Gli interrogativi – “Allora io mi chiedo come si fa ad essere soddisfatti quando al momento del voto un partito si divide quasi a metà sulle scelte adottate?
Come si fa a non comprendere che le scelte non possono essere imposte ma vanno necessariamente condivise?
Ed inoltre come si fa a non avvertire il peso di essere stati causa di una spaccatura netta?
Come si fa a non comprendere che la parola autorevolezza non può essere sostituita dalla parola autorità?
Come si fa, e attraverso quale mandato e da chi conferito, a costruire un rapporto con una forza politica offrendo un posto in lista, mortificando energie ed entusiasmi interni, sapendo che tale forza politica dichiara che mai e poi mai aderirà al progetto del PD?
Per quale sconosciuta ragione si afferma che si è dato ascolto alle istanze dei territori quando queste istanze vengono miseramente tradite e fortemente criticate dai territori stessi?
Per quale motivo si continuano a mortificare le energie positive e le passioni pure di tanti validi riferimenti, a partire dal sindaco Galasso, passando per Salzarulo, Chieffo, De Stefano, di tanti sindaci, di tanti dirigenti, di tanti giovani e tanti altri ancora, con una semplice scrollata di spalle?
Ma ancora come si fa a “cestinare” senza diritto di replica l’operato degli uscenti, in primis Anzalone, costretto ad affidare la sua storia politica ad una missiva carica di tristezza e di sconforto?
Come si fa ad urlare “traditori” a consiglieri provinciali che più di una volta hanno chiesto di non essere traditi, abbandonati e sacrificati a “logiche” interne?
E mi chiedo ancora come fa la dirigenza regionale, a partire dal segretario regionale, a non sentire sulle proprie spalle la responsabilità, a partire dal congresso provinciale per finire alla mera ratifica del metodo proposto per le indicazioni di candidatura, ad essere parte in causa di tanta devastazione, e a non comprendere che il suo ruolo non può limitarsi al ragioniere di turno?
E per dirla tutta come si fa a dire tutto e il contrario di tutto, per continuare ad esercitare un effimero potere politico su un territorio come quello della Provincia di Avellino minato profondamente nelle sue certezze, nel lavoro, nella vita sociale e culturale, dalla disperazione dei giovani e dove la speranza muore ogni giorno?
Il Pd che immagino io è diverso, è l’esatto opposto di quello che c’è adesso! Ma il tempo è galantuomo ed attenderemo”.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here