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“Oltre le Sbarre”, a Palazzo Caracciolo il convegno sull’istruzione come ponte verso la libertà

Ad Avellino il convegno “Oltre le Sbarre: L’Istruzione come Ponte per la Libertà”, ospitato ad Avellino presso Palazzo Caracciolo, sede della Provincia, e organizzato dalla dottoressa Giulia Perfetto dell’Università di Salerno. Un appuntamento che ha acceso i riflettori su un tema centrale: il valore dell’istruzione come strumento fondamentale di emancipazione, crescita e reinserimento sociale per chi vive la detenzione.

Tra i relatori l’avvocato Rosaria Vietri, la dottoressa Anna Ansalone, l’avvocato Lucia Perri, l’avvocato Fabio Benigni, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Avellino, l’avvocato Giovanna Perna e il dottor Samuele Ciambriello, garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.

Nel corso dell’incontro è emersa con chiarezza la necessità di porre attenzione alle condizioni attuali dei detenuti, spesso molto difficili, ma anche di valorizzare l’istruzione come punto essenziale di un percorso di libertà e rieducazione. Un concetto ribadito anche dalla direttrice della Casa Circondariale di Avellino, Maria Rosaria Casaburo, che ha sottolineato come istruzione e lavoro siano elementi cardine del trattamento previsti dalla legge e debbano essere considerati veri e propri diritti soggettivi.

Per Casaburo, infatti, solo così è possibile dare alla detenzione un significato costituzionalmente orientato: il tempo del carcere, pur essendo un tempo di separazione dagli affetti e dalla vita esterna per effetto di un legittimo provvedimento dell’autorità giudiziaria, non può restare un tempo sospeso. Deve diventare, invece, un tempo della possibilità. Perché, ha spiegato, se il detenuto esce dal carcere nello stesso modo in cui vi è entrato, allora non si è intervenuti su alcune delle cause possibili della devianza, come la mancanza di formazione o di coscienza di sé. Lo scopo, al contrario, deve essere quello di restituire alla società una persona diversa, accompagnata in un percorso coerente con i principi costituzionali.

La direttrice ha poi richiamato alcune delle esperienze concrete attive nella struttura avellinese: i percorsi scolastici, tra cui il liceo e il corso per geometri, ma anche una convenzione avviata con Provincia, garante e Caritas, che ha consentito di trasformare un terreno incolto in una vera e propria fattoria, con galline, 200 piante, una vigna e attività di apicoltura, coinvolgendo 15 detenuti. Segni tangibili di come formazione e lavoro possano incidere davvero nella quotidianità del carcere.

Sulla stessa linea l’intervento dell’avvocato Giovanna Perna, che ha definito l’istruzione uno degli aspetti fondamentali dell’esperienza detentiva, perché rappresenta il ponte con la società. Non un semplice modo per riempire il tempo, ma uno strumento per acquisire quegli elementi indispensabili, una volta fuori dal carcere, per entrare o rientrare pienamente nel tessuto sociale. Perna ha ricordato come spesso in carcere arrivino persone già segnate da un forte disagio culturale e come, proprio per questo, la formazione debba essere considerata parte integrante del percorso rieducativo previsto dalla pena. Per raggiungere questo obiettivo, ha aggiunto, è indispensabile costruire una rete stabile tra istituzioni, associazioni, volontariato, terzo settore e scuola.

Anche la dottoressa Anna Ansalone ha insistito sul valore simbolico e concreto del titolo scelto per il convegno. L’istruzione, ha spiegato, rappresenta l’apertura verso l’esterno, verso la comunità, anche all’interno delle mura penitenziarie. Per il detenuto, infatti, le attività trattamentali sono fondamentali e tra queste l’istruzione occupa un posto centrale: è un diritto, ma anche un passaggio decisivo per il reinserimento. Ansalone ha ricordato inoltre l’esperienza dell’associazione Il Faro, impegnata all’interno del carcere in un progetto dedicato in particolare al sostegno della genitorialità e all’attenzione verso le donne detenute. Un lavoro che ha permesso di osservare da vicino quanto la partecipazione alle attività trattamentali sia determinante per accedere a benefici e opportunità utili al ritorno nella società.

Di forte impatto anche l’intervento del garante campano Samuele Ciambriello, che ha articolato la sua riflessione attorno a quattro priorità. La prima riguarda la necessità di puntare maggiormente sulle misure alternative al carcere, anche attraverso la depenalizzazione dei reati minori. La seconda è l’urgenza di investire sulle condizioni di vita negli istituti penitenziari, perché ridurre il carcere alla sola custodia produce inevitabilmente tensioni e criticità, anche sul piano dell’ordine e della sicurezza.

Il terzo punto sollevato da Ciambriello riguarda l’attenzione verso le fragilità, quelle delle persone più vulnerabili che il carcere finisce spesso per aggravare: detenuti tossicodipendenti, persone con disturbi mentali, soggetti chiamati a scontare pene molto brevi, donne che vivono in condizione di particolare esposizione. Infine, il quarto tema, strettamente legato al senso stesso del convegno: aprire il carcere alla città. Per Ciambriello, il carcere non può restare un mondo separato e rimosso dalla politica e dalle istituzioni. Serve una comunità che entri nelle strutture penitenziarie, così come servono enti locali, cooperative e realtà sociali capaci di creare occasioni di lavoro, inclusione e utilità pubblica.

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