Svolta nell’omicidio Scibelli. Nel pomeriggio, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Avellino eseguito un’ ordinanza di applicazione di misura cautelare – così come disposto dal GIP del Tribunale di Napoli – nei confronti del collaboratore di giustizia, già sottoposto agli arresti domiciliari, Felice Graziano, e di Antonio Graziano, sottoposto alla custodia cautelare in carcere. I due sono ritenuti infatti i responsabili dell’omicidio di Nunziante Scibelli, nonché del ferimento della moglie di questi e di Antonio Cava.
La vicenda risale a più di 20 anni fa. Il delitto fu commesso il 30 ottobre del 1991 alle ore 20,00, a Lauro, e si inserisce nella faida tra le associazioni camorristiche Cava (cui erano legate le vittime designate) e Graziano (cui appartenevano gli autori). In particolare, la dura contrapposizione tra i due più importanti gruppi criminali presenti nel Vallo di Lauro è rappresentata dai tristi eventi di cronaca che, a partire dal 1982, si sono verificati in quel territorio in danno dell’una e dell’altra fazione. Si tratta di molteplici omicidi e tentati omicidi, tutti commessi con modalità di chiaro stampo camorristico e legati da un comune denominatore, finalizzato alla conquista della supremazia territoriale, ma anche dalla conseguente sete di vendetta per le vittime reciprocamente subite.
L’agguato venne eseguito con particolare ferocia e determinazione, tenuto conto del volume di fuoco (furono esplosi oltre cento colpi di arma da fuoco) e della potenza delle armi utilizzate, tra cui un fucile mitragliatore modello Kalashnikov. L’omicidio destò particolare scalpore, in quanto nell’agguato venne ucciso Nunziante Scibelli, vittima innocente della faida “Cava-Graziano”, poiché persona incensurata ed estranea a contesti camorristici, ed, inoltre, furono feriti anche la moglie della vittima, Francesca Cava, in stato di avanzata gravidanza, e Antonio Cava.
In pratica, Nunziante Scibelli fu ucciso per un tragico errore dei killer oggi individuati. L’autovettura Alfa Romeo ‘Giulietta” guidata da Scibelli, infatti, viaggiava a breve distanza dall’auto Alfa Romeo “Alfetta” blindata a bordo della quale viaggiavano i reali obiettivi dei sicari, cioè Antonio Cava Antonio (che rimase gravemente ferito) e il cugino Aniello Grasso, entrambi legati al “clan Cava”. La morte di Scibelli è stata, dunque, il frutto di una tragica fatalità, dovuta principalmente a due fattori: l’occasionale passaggio lungo la strada, fra l’altro in condizioni di scarsa illuminazione, nel punto in cui i killer si erano appostati per compiere l’agguato mortale e la similitudine tra le due autovetture (entrambe erano delle Alfa Romeo di colore blu scuro e targate Milano). Le approfondite indagini, svolte dai Carabinieri del Nucleo Investivo di Avellino e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di questo Ufficio, sono basate sulle dichiarazioni auto ed etero-accusatorie dei collaboratori di giustizia Felice Graziano, già elemento di rilievo dell’associazione camorristica Graziano, e Antonio Scibelli, già appartenente al “clan Cava” (queste ultime dichiarazioni, in particolare, hanno consentito la riapertura delle indagini). Alle dichiarazioni dei collaboratori si sono aggiunte le attività già svolte nel 1991 sul luogo il giorno dell’omicidio, analizzate poi con le nuove metodiche scientifico-investigative, le dichiarazioni delle persone presenti ai fatti, nonché gli ulteriori accertamenti tecnici compiuti con i più sofisticati sistemi d’indagine e le attività intercettive. Si ritiene che, sulla base di tali elementi, sia stato acquisito un adeguato quadro probatorio che ha consentito la ricostruzione compiuta dei fatti e l’individuazione degli autori dei reati.
