Avellino – Francesco Maselli, componente del gruppo regionale del P.D. traccia un personale bilancio sull’ultima direzione provinciale del Partito Democratico convergendo in un unico punto: “.Ad una relazione sullo stato dell’arte, ampia, circostanziata e politicamente – ha spiegato – densa di input è seguita, fin dal primo intervento, una querimonia sulla violenza ai territori, alle comunità, alle classi dirigenti locali (per alcuni interessati esse coincidono con l’attuale ceto politico-amministrativo) per le temute scelte verticistiche. Non è giusto, concordo. Ma non posso non ricordare che è stato sempre così. Soprattutto in Campania e in assoluto nella nostra provincia. Allora, forse, è solo una questione di…vertice. Dipende solo da chi lo incarna”. Poi i riflettori si spostano su tematiche prettamente politiche e sulla personalità del segretario provinciale Giuseppe De Mita. “Ho largamente – ma non integralmente – condiviso l’analisi del coordinatore De Mita. Si sorprenderà ancora una volta e, ancora una volta, gli ribadisco che quando dice cose che condivido non esito a sottoscriverle, anche se confesso di aver la netta sensazione che continuiamo a restare ai… preliminari. Direi che si intravedono i presupposti, le analisi, le intuizioni fondamentali ma non ancora, a mio giudizio, la sintesi politica. Per un paradosso, cui il fatto di essere eventualmente involontario non toglie gravità, l’occasione in cui, per la seconda volta, elementi di discontinuità vengono evocati dal segretario, è stata caratterizzata dal prevalere, nella maggior parte degli interventi, di un atteggiamento sostanzialmente continuista. Questo atteggiamento ha, obiettivamente, attenuato, smussato, alleggerito i passaggi fondamentali del discorso del segretario al punto che molti, fuori e dentro, hanno potuto far finta di non accorgersi delle cose da lui dette. Il P.D. se non è ancora altro deve esserlo presto. Oggi è già tardi. Diciamo che se non è ancora vero che il P.D. ha già compiuto una svolta, è fuori discussione che il P.D. è ad una svolta nel senso oggettivo e persino incontrollabile dell’espressione. Vedo già disegnarsi sorrisi nervosamente ironici sul volto di ben individuabili lettori al solo sentirsi dire che “occorre cambiare”, per non parlare dell’ancor più sfrontata supposizione che la politica – addirittura- per cambiare abbia anche a che fare i conti con la riscoperta dell’etica pubblica! Tuttavia, dico subito che quei sorrisi non sarebbero accolti da me con disdegno: a modo loro esprimono un senso di disagio. Sono costretto a ripeterlo a sazietà e persino con rammarico: nella strategia del P.D. – non sempre compresa e forse accettata per convenienza- c’è un’idea, c’è un senso che si riallacciano in maniera meditata ad un giudizio sulla società italiana, sulle sue crisi, sul modo di difendere e sviluppare la democrazia pur in mezzo a molti pericoli. Le condizioni che ne hanno presieduto la genesi sono, infatti, ambedue difficilissime da realizzare: esso dovrebbe, contemporaneamente, stare molto più contro il vecchio sistema politico e molto più dentro questa società; molto più conflittuale ed antagonistico e molto più combaciante con la realtà di una società fondata sulla conquista del benessere e delle libertà individuali e collettive. Di questo negli interventi non c’è stata alcuna traccia, fatta eccezione per Alberta De Simone ed il suo richiamo senza infingimenti al rispetto delle Istituzioni, per Franco Arminio ed il suo invito a rimettersi concretamente in cammino verso la società e per Peppino Di Iorio che ha lanciato il suo preoccupato allarme su alcuni imminenti ed importanti appuntamenti. Tutto il resto sono pure declamazioni, diversivi destinati a diventare sempre meno gradevoli e graditi”.
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