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La mia guida pratica all’Avellino. Un dizionario biancoverde per fissare momenti e personaggi determinanti nel nuovo corso dell’Avellino. Dalla A alla Z. Dalla D alla B. Una cronistoria alfabetica che potrete condividere o divertirvi a modificare a vostro piacimento. D’altronde, il libro della storia del lupo è in continua redazione. Con pagine già scritte ed altre che aspettano solo di essere riempite da nuovi protagonisti. Da nuove imprese. Ma intanto, sfogliamo:
A come Avellino-Adrano 5-1. La mia prima partita da inviato al Partenio, che allora non era ancora Lombardi. 27 marzo 2010. Fanelli, Majella, Romano, Fanelli, Claudio Esposito. Altri nomi, altra categoria. Il viaggio dell’Avellino, il mio con l’Avellino, questa riflessione, inizia da qui. Sembra una vita fa, ma non lo è. Perché poco più di tre anni fa eravamo in D. Oggi, siamo terzi in B. Non dimenticarlo è fondamentale per tenere sempre viva quella “fame” che Rastelli pretende che non sia mai appagata.
B come Barletta-Avellino 2-3. Questa volta il passo indietro è più breve. 9 febbraio 2013, Prima Divisione. La partita della svolta. Le sconfitte nei derby con Paganese e Benevento ancora sul groppone; sotto 2-0 a 20 minuti dalla fine. Poi Izzo, Castaldo, Zigoni. Dopo quell’anticipo, fermarci è stato impossibile. La vittoria sull’Empoli potrebbe rivelarsi, col tempo, per l’autorevolezza con cui è stata conquistata, un’altra gara alla stregua di quel Barletta-Avellino: una partita chiave, che imprime una direzione precisa al tuo campionato.
C come Castaldo. Lo guardavi giocare in Prima Divisione e, mentre danzava sul pallone, segnava a ripetizione, ti chiedevi che ci facesse lì. Lo vedi all’opera in Serie B e ti rendi conto che non ci sono dubbi: un delitto tenere “imprigionato” nella vecchia Serie C un fuoriclasse del genere. Una fortuna, anzi la fortuna dell’Avellino.
D come D’Angelo. L’incarnazione della riscossa. E’ partito dalle retrovie, proprio come l’Avellino, per arrivare di slancio all’appuntamento col calcio che conta. Portatore sano di quell’aggressività, di quella voglia di arrivare sempre primo sul pallone, di quella feroce determinazione che hanno restituito a questa squadra ciò che in passato l’aveva resa grande: l’essere fieramente operaia. Il gol al Bari è un punto esclamativo, non un punto. C’è da scommetterci: il capitano è pronto a guidare i lupi verso nuove battaglie.
E come equilibrio. Sostantivo carissimo a Rastelli. Cinque ore di allenamento sulla fase di non possesso, altrettante su quella di possesso. Il segreto dell’Avellino è il lavoro, ma anche difendersi alla grandissima senza rinunciare a ripartire, ad attaccare, ad affondare il colpo quando si può, si deve. E se su dieci partite, tra campionato e Coppa, ne vinci cinque per 1-0…
F come Fabio Esposito. Quando si dice “prezioso lavoro dietro le quinte”. Se l’Avellino arriva corre il doppio degli altri, da due stagioni a questa parte, il merito è anche di una programmazione, in termini di preparazione atletica, semplicemente perfetta. Rastelli ordina “vogliamo partire forte”. Lui esegue. Il risultato: domandate, ad esempio, all’Empoli di che forma fosse il pallone, soprattutto nella prima mezz’ora di gioco.
G come giovani. Trasformati in calciatori da un tecnico che applica il concetto della meritocrazia: gioca chi merita, a prescindere dalla carta di identità. Ovviamente non basta mandarli in campo per renderli utili alla causa, ma anche educarli tecnicamente e tatticamente. Prendete, su tutti, Bittante al suo arrivo e confrontatelo con quello di oggi. Notate qualche differenza?
H come “Ho uno staff da Serie A”. Dario Rossi, David Dei, Fabio Esposito, Paolo Pagliuca. Senza tralasciare lo staff medico: Vincenzo Rosciano, Antonio Iovino, Antonio Bellofiore, Luis Davalos, Pietro Bianco. Un squadra affiatata a completa disposizione del gruppo. Elogiata, non a caso, da Rastelli.
I come Izzo. Il 2 marzo 2014 compirà 21 anni, ma gioca già col piglio del veterano. Per lui non è superfluo rispolverare l’inflazionatissimo “ne sentiremo parlare”. Anche se il verbo, al futuro, è sempre più da coniugare al presente. Ha una grande carriera davanti.
J come Juventus. L’Avellino potrebbe iniziare l’ultimo mese dell’anno regalandosi un sogno: la trasferta alla Juventus Stadium per gli ottavi di Coppa Italia. Di mezzo, c’è il Frosinone, che il 4 dicembre cercherà di soffiare il sogno ai lupi al Partenio Lombardi. Il campionato è, ovviamente, la priorità, ma l’esaltante avvio di stagione è anche l’aver reso, potenzialmente, il 9 gennaio 2014 una data da ricordare.
L come lungimiranza. Quella di un altro assoluto artefice dell’ascesa dalla Lega Pro al terzo posto in Serie B: Enzo De Vito. Tra gli altri, Zappacosta, Izzo, Arini, Bittante: chi li conosceva prima che il diesse li scovasse?
M come modulo. Un bravo allenatore deve essere come un sarto in grado di cucire il vestito perfetto addosso alla propria squadra. Il 3-5-2 è un “abito” con cui l’Avellino sta facendo, costantemente, bella figura. L’ennesima dimostrazione della competenza di un tecnico preparato come pochi altri.
N come nazionali. Zappacosta in Under 21, Izzo e Bittante nella B Italia. Vedi il punto L, verrebbe da dire. Un orgoglio. Un’altra dimostrazione del fatto che l’Avellino non è lassù per caso.
O come organizzazione. Le avversarie non riescono ad entrare in area di rigore. Ogni giocatore al posto giusto, senza affannarsi a strafare con alchimie tecniche e tattiche che risultano nella maggior parte dei casi deleteree. E poi, studio capillare degli avversari e capacità di trovare le opportune contromisure agli stessi senza rinunciare ad esprimere la propria identità. Ripeto: non siamo lassù per caso.
P come Provinciale. Lo stadio di Trapani. Quello di un’altra neopromossa che aveva rischiato di smorzare i sogni di gloria di lupi battendoli nella finale play off di Seconda Divisione 2010/2011. Il resto è storia: i successi di oggi sono non di meno frutto del lavoro e dei sacrifici fuori dal campo della società.
Q come qualità e quantità. “Correre, essere determinati, arrivare primi sul pallone sono le priorità”. Parola di Massimo Rastelli. E allora, tanta quantità per innescare le qualità dei singoli inseriti nel rodato sistema di gioco. E’ ancora una volta nell’equilibrio che l’Avellino costruisce le sue vittorie.
R come Rastelli. E chi altrimenti? Ha cambiato mentalità, volto, atteggiamento non solo alla squadra ma anche all’intero ambiente. Un grandissimo professionista. Tra le promesse dell’Avellino c’è, prima di tutti, lui.
S come soddisfazioni. Vincere al cospetto di chi soltanto pochi anni fa, intonava: “Vi mandiamo in C” non ha prezzo reciterebbe un noto spot pubblicitaria. Quella col Bari è solo l’ultima, ma di certo non l’ultima delle soddisfazioni, che questa squadra con la “s” maiuscola ha regalato.
T come tempio. Il Partenio-Lombardi. Sempre più pieno. Sempre più straripante di entusiasmo. Non si passa.
U come umiltà. Quella che rende ogni trionfo dal sapore ancor più piacevole. L’Avellino non deve mai perderla.
V come vittorie. Quattro in campionato, due in Coppa Italia, per un totale di sei su dieci stagionali: ed è già caccia al colpo in trasferta. A Siena, per rimanere in tema di palio, saranno in ballo molto più di tre punti: c’è un altro messaggio forte da mandare al campionato.
Z come Zappacosta. Un gioiello. E’ cresciuto a vista d’occhio in fase difensiva e, ora, grazie al 3-5-2 ha la possibilità di esprimere ancora meglio e con più frequenza le sue potenzialità offensive. Crossa divinamente, salta l’uomo, ha anche un gran tiro. Soprattutto, il “passo”. Abbiamo imparato a scoprirlo e ad apprezzarlo partita dopo partita. Ora non c’è più nulla da scoprire. Gli orizzonti più che rosei sono scintillanti. Al “Franchi” non ci sarà, perché impegnato tra gli azzurrini di Di Biagio. Bene, ma allo stesso tempo: peccato.