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Quel tre a tre con rimonta di tre reti al vecchio comunale di Torino resta nel cuore, nella testa e negli occhi di quanti quel giorno c’erano. E ritrovarsi ora allo Juventus Stadium contro la squadra più forte e titolata d’Italia riesuma l’orgoglio e titilla le velleità. Fino al nove gennaio sarà un continuo amarcord sull’onda di emozioni mai sopite, solo accantonate nel magazzino, gelosamente chiuse a chiave dei ricordi. Guadagnati gli ottavi della Tim Cup ora più che il campo sarà l’appartenenza a prevalere. Questa volta non ci sarà l’Alessandrelli generoso di quella giornata (a Torino c’erano 8/10 mila tifosi dell’Avellino) magari nemmeno Buffon ma Storari precettato proprio per le occasioni di tenute più abbordabili sulla carta. E non sarà prodigo. Ma fa lo stesso. La formazione di Rastelli non costituirà sparring partner ossequioso e disposto al sacrificio. Il pronostico non ammette nemmeno i sogni, che pure non si negano a nessuno, ma ne siamo sicuri i ragazzi in maglia verde daranno tutto. In fondo è una vetrina eccezionale che gratifica gli sforzi di questa dirigenza, la sagacia di Rastelli, la volontà ferrea dei giocatori. E soprattutto l’amore sconfinato di una tifoseria che ritrova passione, slancio, proseliti domenica dopo domenica. La Juventus è un premio, un attestato, un effige da mettere sulla giacca. Un doping per il tifo che tracima, è un battito del cuore più accelerato. È spettacolo di stelle negli occhi. Chi ama il calcio comprende le iperboli, capisce gli accostamenti più audaci, impettisce rispetto a Davide che sfida Golia senza paura e senza codardia.
Una gara che apre il nuovo anno con la prospettiva che l organico finora entusiasticamente coraggioso e produttivo, possa essere rinforzato per tentare l’impresa più agognata. La Juventus nella Tim Cup, ma soprattutto, la Juventus, il Milan, l’Inter, il Napoli, la Roma nel prossimo torneo in A, questo è l’anelito di tutta la provincia. Una leggenda da rinnovare. Negli anni più belli nel decennio più sfavillante, Avellino e la sua provincia vivevano anni di splendore non solo calcistico. Si era felici da questa parte. Il calcio era volano efficace di un benessere palpabile, di un modo di vivere gioioso. Proprio in queste ore, statistiche impetuose ci relegano negli ultimi posti della graduatoria che stabilisce la qualità della vita. Una condanna e un fardello palpabili ecco, se l’Avellino potesse essere il primo segnale di un riscatto, peraltro senza il supporto, spesso contrabbandato indegnamente da politici e parvenus, di un rinascimento che da qualche parte deve iniziare e qualche sussulto deve pur dare. Ebbene, se l’Avellino riuscisse ad avere questo ruolo trainante, sbugiarderebbe quanti con molta approssimazione indicano il fenomeno come riduttivo, socialmente non rilevabile, magari perseguire le logiche perverse e truffaldine che ci hanno portato questi risultati infamanti. L’Avellino è una zaffata di aria pura e se riesce nell’impresa, gli uomini che l’avranno compiuta resteranno negli annali, nelle anime, proprio come quelli di un 3 a 3, magari taroccato, ma leggendario.