Da “Il Biancoverde” n. 13 del 15 novembre 2013
Questa settimana la rubrica “L’opinione di…” è dedicata la giornalista sportivo di Ottopagine Francesco Gentile.
“C’era una volta. C’era una volta in cui la salvezza valeva quanto uno scudetto; in cui si andava sugli spalti consapevoli di dover soffrire, con la squadra, per novanta e più minuti. Magari semplicemente per strappare un pareggio. Nella migliore delle ipotesi per centrare una vittoria di platino.
Perché l’Avellino non si permetteva neanche lentamente di pensare che l’essersi consacrata, sul campo, come regina delle provinciali del calcio italiano, potesse evitargli uno sforzo, pur minimamente inferiore, a quello abitualmente prodotto per provare a portare a casa i due punti – dichiara -.
E lo stesso facevano i tifosi, che più che crogiolarsi nell’autocelebrazione, tirando fuori termini come “blasone” o parlare dei famigerati “anni in Serie A”, vivevano alla giornata. Al fianco dei lupi. Ogni partita come una finale: al Partenio, in quegli anni, non è mai stata retorica. E’ così che è nata la legge del Partenio. Non è, di certo, venuta fuori da sotto un cavolo. Ma tutto cambia. Alle volte improvvisamente. Inutile tornare a soffermarsi sull’evoluzione delle stagioni scandite dalle travagliate vicende societarie e culminate nell’amara retrocessione in Serie D. Già, la Serie D. Difficile definire calcio quello visto nell’ex interregionale – prosegue il giornalista avellinese -. Ma non sufficiente a giustificare quella “puzza sotto il naso”, quel tanto “Noi siamo l’Avellino”.
Il Milazzo, la Vigor Lamezia, l’Hinterreggio, la Viribus Unitis, tra le altre, hanno lasciato in eredità un insegnamento importante: al fischio d’inizio è 0-0, nessuno sta lì ad ammirare il libro della storia e a batterti le mani. Anzi, piuttosto, vogliono batterti. Giustamente. E non gliene frega praticamente niente di cosa hai fatto ormai trent’anni fa.
Qualche bastonata rimediata nelle categorie inferiori è tornata utile per riscoprire quel valore che ha fatto grande l’Avellino: l’umiltà. Nessuna squadra al mondo va da nessuna parte senza l’umiltà. E il lavoro. Come nella vita: nessuno ti regala niente. Lo sa bene Rastelli. Lo sa bene De Vito. Sono loro gli artefici di quello che, più della tattica, più della tecnica, sta riconducendo l’Avellino alle origini, restituendogli il suo dna operaio: un cambio di mentalità.
Basso profilo e lasciar parlare il campo. Il loro palco è dietro le quinte, il manto erboso; le loro luci non sono quelle dei riflettori ma quelle del Partenio di sera, semmai.
In questi ultimi due anni hanno scovato e costruito calciatori; regalato all’Avellino molto più di un parco giocatori: un patrimonio. Zappacosta, Bittante, Arini, Izzo, Terracciano e chi più ne ha più ne metta: chi avrebbe scommesso di vederli protagonisti in Serie B? Nessuno. O, forse, ma solo adesso, col senno del poi: tutti.
Ecco, c’è un nesso tra quell’Avellino degli ormai stucchevoli “dieci anni in Serie A” e quello attuale. E’ la capacità di scoprire talenti; di forgiarli gettandoli senza paura (ma non allo sbaraglio) nella mischia. Non pensare ai grandi nomi. Non pensare di competere coi grandi club dal punto di vista degli ingaggi, col rischio di sparire. Muoversi d’anticipo, vederci lungo. Questo è il segreto. E pensare che, prima di tutto, contano i bilanci. L’Avellino lo ha imparato sulla sua pelle. Friggere il pesce con l’acqua: siamo tornati ad esserne capaci. I palati fini, che hanno sbuffato dopo la sconfitta con il Palermo, possono sempre andare a sfamarsi di calcio altrove. Con una sola raccomandazione: non tornare quando sarà il momento di sedere sul carro dei vincitori, che potrà muoversi, legittimamente, qualora dovesse maturare una salvezza che varrebbe più di una promozione. Perché l’Avellino può sognare, può ambire, ma non è obbligato a farlo. Si vive alla giornata. La storia lo insegna. E chi non conosce il proprio passato non ha futuro” – conclude -.
