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Il 14 ottobre è domenica; alle prime luci dell’alba, Aldo Bianzino viene rinvenuto cadavere nella sua cella di isolamento del carcere perugino di Capanne, nel quale era stato rinchiuso poco più di ventiquattro ore prima.
Le indagini sono in corso, nel silenzio assordante delle istituzioni cittadine, che pure tanto si sono spese e si stanno spendendo per chiedere verità e giustizia per l’altro fatto di sangue, raccapricciante, che qualche giorno dopo ha riportato Perugia all’onore della cronaca nera, ovvero l’omicidio della giovane studentessa inglese.
“Si ritiene – sottolinea Alfonsina Porciello, Responsabile dell’Area dipendenze -, che non esistano morti di serie A e morti di serie B, e, soprattutto, che in carcere e di carcere non si debba né si possa morire.
Verità e giustizia in tempi brevi, con colpevoli e pene certe, in nome di quella legalità di cui si sente sempre di più il bisogno e che istituzioni come il carcere debbono garantire, visto che esistono per ricordarcela.
Riteniamo inoltre, che anche la legalità, come la morte, non debba essere di serie A e di serie B e non si possa invocare solo per proteggere i confini della patria e la purezza della razza, per cui sono proprio coloro che rappresentano la Legge e lo Stato quelli che per primi devono esserne i rispettosi garanti”.
Il CNCA, a cui aderisce il Consorzio dei Servizi Sociali Alta Irpinia ripropone, infine, a questo Governo la cancellazione o, quanto meno, “una rapida e vigorosa riforma di questa pessima legge, ossia la Fini-Giovanardi, alla quale comunque va ascritta anche quest’ultima, almeno così ci auguriamo che sia, tragedia”.