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Poi entra nel merito ed analizza gli effetti del divorzio tra fabbrica e politica: “Avrebbe potuto contenere un elemento positivo: la fine di un’ideologia che produceva un utilizzo strumentale della classe operaia nell’ambito di una lotta politica pur sempre finalizzata al potere. – evidenzia – Nel frattempo, però, ha voluto anche dire che non c’erano più gli operai, e che veniva meno quel percorso di rappresentanza nelle istituzioni concretizzatosi spesso nelle file della sinistra”. Oggi siamo alla chiusura di una precisa epoca storica. Per il giornalista, la transizione è partita nel caldo autunno del 1980: “All’epoca la Fiat si è ripresa mano libera operando una ristrutturazione e forzando con politica e sindacato. – ricorda – Ha potuto cominciare a scrivere una nuova storia, come su di una pagina bianca, con sindacati che hanno accettato la flessibilità, una grande riduzione dell’assenteismo e fabbriche decisamente dimagrite”. Ne sono conseguiti anche grandi utili: “Ma sono stati investiti altrove – rileva – dal momento che la parola in voga era ‘diversificazione’, anziché in ricerca e sviluppo. Il risultato è stato che la svolta del 1980 ha portato la Fiat quasi al fallimento, ma ha anche arricchito manager e finanzieri”.
E cosa ha prodotto sul piano generale lo spostamento della ricchezza dal lavoro dipendente alle rendite?: “La perdita di 10 punti di prodotto interno lordo e la divaricazione della forbice delle disuguaglianze sociali”. Edotto sui drammatici dati dell’economia irpina dal segretario della Cgil, Vincenzo Petruzziello (90mila disoccupati, 16mila precari, e disfacimento del tessuto produttivo), Gad Lerner ha anche rilevato l’emergere di un nuovo sistema di welfare, precario e di stampo familiare, figlio della crisi dilagante: “Come è possibile – si chiede – che nonostante la metà degli irpini faccia fatica ad arrivare a fine mese non sia ancora saltato tutto per aria? La verità è che c’è stata una sostituzione, una sorta di volontà di arrangiarsi, un nuovo welfare basato sul lavoro intermittente della moglie, su quello precario del figlio e sulla pensione del nonno”. Ma quale sarà il futuro? Lerner non ha certo il dono della chiaroveggenza: “Si chiude oggi un ciclo economico dal quale il lavoro dipendente esce con le ossa rotte – ammette – e siamo decisamente all’incognito: immaginare l’assetto produttivo del futuro è difficilissimo. Ma le scelte di riconversione dell’economia italiana rappresentano la vera sfida del Paese”. (di Flavio Coppola)