![]()
Da quel 1989 cosa è cambiato nei rapporti con i protagonisti della politica avellinese e non solo? Perché la rottura acuitasi nella gestione Di Nunno?
“Ho rotto con loro già nell’89 perché ci furono alcune incomprensioni di prospettiva politica. Mi ero accorto che non erano disponibili a costruire una nuova classe dirigente. E lo strappo avvenne quando capii che con la candidatura di Lusetti non vi era spazio a livello nazionale per un’ipotesi di cambiamento. Perché il loro impegno non era rivolto ad un’esperienza territoriale. Con la vicenda Di Nunno avevamo immaginato di dare una botta definitiva al gruppo dirigente e partire con una nuova esperienza tale da conquistare la torre all’interno del castello tentando di avvicinare i giovani”.
Cosa non ha funzionato?
“Non sapemmo spiegare bene alla città cosa volevamo fare ma è pur vero che forte è il loro radicamento mantenuto dal sistema di potere ampio e stabile. Dopo quella sconfitta e quell’ipotesi rimasta tale, del tentativo di ricambio del gruppo dirigente, ci siamo un po’ defilati e abbiamo fatto un passo indietro, così come era giusto”.
Se potesse tornare indietro rifarebbe le stesse cose oppure no? “Con i ‘se’ e i ‘ma’ non si fa politica. Credo che forse al di là della nostra incapacità di comunicare alla gente, l’errore fu la percezione di un’operazione troppo spostata a destra”. Lei è stato tra i protagonisti della vita politica avellinese. Ad oggi quale potrebbe essere il suo futuro? Ritiene che per lei ci sia ancora spazio? Come ‘sponsor’ oppure come attore principale?
Parte da lontano per poi andare al sodo: “La cosa che non mi è ancora chiara è come mai il vecchio gruppo dirigente non voglia comprendere che deve fare un passo indietro. E’ troppo abbarbicato sulla propria conservazione. Un gruppo dirigente di respiro nazionale, un tempo, come è possibile che non comprenda che per trasferire la propria storia debba affidarsi alla storia della propria generazione? Attraverso questo ragionamento dico che non posso essere il protagonista. Posso accarezzare la politica nello scenario nazionale e locale. E in questo momento non possiamo non cogliere l’occasione di ‘approfittare’ dell’uscita di scena del senatore Mancino e di alcuni grossolani errori di questi ultimi tempi commessi da De Mita”.
Parla di errori, a quali si riferisce?
“L’errore più grossolano è il blocco di potere che si è trasferito in un blocco politico: non c’è più ricambio e il centrosinistra è diventato uno strumento di conservazione e non di innovazione”.
Ad oggi la sua collocazione politica appare poco chiara. I più la danno vicino alle posizioni di Clemente Mastella e qualcuno ha già evidenziato un suo colloquio romano che lo vedrebbe promosso alla presidenza dell’Ato. Quanto c’è di vero in questo?
“Sono democristiano e rimarrò democristiano. Avendo questa passione per la Dc, e non essendoci più la Dc, mi avvicino al partito che meglio ricorda l’impegno dei Cattolici Democratici. E il partito che mi fa essere più democristiano è quello di Mastella. Confesso che non ho alcuna voglia di impegnarmi in momenti gestionali perché la considero una fase superata. Credo di poter svolgere nel partito di Clemente Mastella un ruolo di secondo piano e per alcuni aspetti accompagnare il gruppo dirigente anche avvalendomi della mia esperienza”.
Dunque nessun impegno in prima linea?
“Assolutamente no”.
Ha fatto prima riferimento al momento favorevole per dare una svolta. Crede che sia più semplice ora conquistare il campo considerato l’ipotesi del Pd?
“Anche il prossimo congresso della Margherita e l’adesione di gran parte del suo gruppo dirigente al Partito democratico, possono rappresentare il momento più propizio per un’intelligente e illuminata attività dell’Udeur a favore di un centro moderato. Un partito che con l’elezione di Pasquale Giuditta può rappresentare un’occasione ulteriore per far crescere l’Udeur in provincia di Avellino. La nostra attività dovrebbe essere il centro moderato fortemente radicato sull’esperienza cattolico moderata. Quando penso al centro mi riferisco in questa fase ad un’iniziativa tutta interna al centrosinistra”.
Riflettendo sulle ultime vicende che hanno travolto in pieno Piazza del Popolo, qual è il suo giudizio sull’amministrazione Galasso. Quali gli errori commessi?
“Credo che Galasso sbagli a non voler essere veramente il sindaco della città. Non si fidi di tanti consigli che gli vengono dati. Faccia di testa sua. Modifichi l’assetto della giunta. E’ un consiglio vero che gli voglio dare, allontani i tecnici dalla giunta: ha ragione il consigliere La Verde. Quando gli viene detto (da De Mita, ndr) di non saper tirare in porta e quindi di non saper segnare, dica con coraggio che questa squadra gioca, ma qualcuno in fondo si è preso il pallone. E … così si corre il rischio di giocare a vuoto”.
E sull’amministrazione De Simone? Se potesse ‘dispensare’ un consiglio quale sarebbe?
“Non vorrei sembrare presuntuoso, ma se potessi, un consiglio glielo darei: capisco che il centrosinistra vada conservato e difeso ma non si faccia condizionare troppo dalla Margherita. Si possono anche vivere momenti di incomprensione politica ma alla fine le buone intenzioni saranno premiate. E dia uno sguardo particolare alla burocrazia interna”.
E ora, un giudizio sui big: Mancino, De Mita, Mastella.
Mancino: “I miei rapporti si sono ravvicinati in questi ultimi tempi e abbiamo costruito un feeling amicale. Con la sua azione di moderazione pesa e peserà sugli equilibri politici di Avellino. La sua assenza dalla città capoluogo, per alcuni aspetti, è devastante”.
De Mita: “L’ho ascoltato in alcune interviste televisive e mi è sembrato ancora rapido e lucido nei pensieri ma rivolto più alla sua conservazione e a preservare comunque e in qualsiasi modo la sua leadership. E più che essere un leader nazionale è diventato un autorevole notabile di provincia”.
Mastella: “Lo vedo più impegnato ad avere uno spazio nazionale e a tentare di dare una nuova speranza ai moderati, agli ex democristiani e a costruire finalmente un nuovo centro politico. Sul piano umano più disponibile a conservare le amicizie, a difendere i rapporti interpersonali e a dare valore ai rapporti umani”.
E se dovesse esprimere la sua opinione su Sandra Lonardo Mastella?
“Ha un grande senso della misura. Sta mostrando di avere una forte personalità e di saper essere un ottimo presidente del Consiglio regionale. Non me l’aspettavo. E’ davvero brava”.
E per concludere, come immagina il futuro dell’Irpinia?
“Vedo una provincia triste e in declino. Non ha più respiro nazionale. Ha una classe dirigente piegata irrimediabilmente sulla sua conservazione. Una provincia che però deve tentare di cambiare rotta e di avere sempre più un ruolo regionale e nazionale. Credo che se non salta il blocco di potere, che in questo momento non la fa respirare, il suo futuro sarà ancora più incerto”. Con Enzo Venezia l’impegno e l’auspicio… forse… che ‘qualcosa può cambiare’. (di Teresa Lombardo)