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L’analisi – Lupi a metà: ‘SoumArrighini’ li toglie dall’imbarazzo

La Serie B è questa, ce lo insegna da qualche anno (già prima che l’Avellino vi approdasse): bisogna saper accontentarsi, perché chi si accontenta gode e anche un punto in 180’ davanti al pubblico amico fa classifica e morale nell’anticamera del rush di fine anno. L’Avellino visto contro il Varese, seppur con un tempo di ritardo, ha lanciato segnali incoraggianti grazie all’apporto di una panchina effervescente. In un ottica generale, la squadra di Rastelli è sempre lì, ancorata al treno delle grandi che si contendono la massima serie. Il rallentamento di queste ultime due giornate gli è costato un deficit di tre punti rispetto ad un anno fa, quando il bottino era di 27 punti all’indomani dell’amara trasferta di Crotone che costò il primato agguantato nel derby con la Juve Stabia. Guardando ad oggi, invece, l’Avellino non ha saputo rosicchiare punti in un turno in cui la zona play-off è rimasta congelata e la classifica si è ulteriormente accorciata.

Imbarazzo. La prima frazione disputata con i varesini ha riproposto più o meno la modalità Vicenza: diga prosciugata in mezzo al campo e soltanto una corsia esterna libera, la destra di Bittante, mentre a sinistra non è stata sfruttata la qualità dei cross di Visconti. Il 3-5-2 reimpostato da Rastelli per l’occasione pertanto ha vissuto 45’ di imbarazzo. Merito del Varese e di Bettinelli, che ha pensato bene con il suo 4-2-3-1 di sfruttare l’uomo tra le linee nella fase di non possesso. In soldoni: inizialmente Capezzi e poi Blasi si sono appiccicati alla fonte di gioco biancoverde, Kone, impedendole di farsi recapitare palloni o costringendola a ragionare con frenesia in quelle rare occasioni che gli sono giunti sui piedi. Per lo schermo davanti alla difesa alimentato dal sacrificio di Falcone e Lupoli sulle fasce, inoltre, è stato un gioco da ragazzi contenere gli inserimenti per vie centrali delle mezz’ali Arini e D’Angelo, poco propense al movimento senza palla.

Panchina audace. Il quadro tattico non è mutato nella ripresa. Sono stati i singoli in uscita dalla panchina a fare la differenza, al netto della dicotomia cambi azzeccati-scelte iniziali errate. L’asse Soumarè-Arrighini si è rivelato un fattore per circa mezz’ora di gioco con tre occasioni nate in combinazione ed una a testa rispettivamente in assolo e su una pregevole intuizione di Pisacane. Il talentuoso jolly belga si è preso più libertà negli inserimenti, generando quella vivacità senza palla latitante nel primo tempo. La punta ex Pontedera invece ha servito la specialità della casa – portare fuori area il marcatore diretto e puntarlo da lontano – e sfruttato qualche amnesia della difesa avversaria troppo concentrata su Castaldo dopo l’uscita di Comi. Il costante fraseggio tra i due avrebbe meritato miglior sorte, ma Rastelli ha dovuto accontentarsi del loro rendimento di potenziali “spacca partite”.

Consolazione. I numeri riguardanti le performance casalinghe della difesa fanno dimenticare le vacche magre dell’attacco nelle ultime due giornate. L’Avellino con soli tre gol subiti, infatti, vanta la migliore difesa tra le mura amiche al pari della Pro Vercelli. Una consolazione neanche tanto magra, considerato che in un torneo come la cadetteria in cui si specula sull’errore dell’avversario, fa più strada chi sbaglia meno o comunque chi concede poco o nulla nelle retrovie. Rastelli lo sa bene e fa altrettanto bene a pretendere il massimo dai suoi nella fase di non possesso. Se non è questo un presupposto da cui ripartire…

(di Claudio De Vito)

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