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Timore reverenziale . I primi venti minuti della contesa non avevano lasciato ben sperare alla luce di un atteggiamento troppo remissivo da parte dell’Avellino, che ha interpretato con una lettura troppo esasperata il diktat del suo allenatore improntato all’attesa e alla rapida ripartenza. Il Catania ne ha approfittato per far girar palla ed imporre il proprio gioco, ma senza pungere con Calaiò apparso sin da subito non in giornata. A ciò Sannino ha abbinato un asfissiante pressing con il seguente isultato: portatori di palla biancoverdi costretti a ragionare con frenesia e, di conseguenza, manovra poco fluida.
Ripartenza micidiale. Ci è voluto un rapido contropiede, il primo orchestrato con efficacia dalla squadra di Rastelli, per mandare in affanno la difesa etnea. Arrighini viene invitato a nozze in campo aperto, punta Sauro e poi con un po’ di fortuna riesce a far recapitare il pallone a Castaldo che con un lampo di astuzia costringe Frison a franare su di lui. Detto fatto: dopo un inizio attendista, la ripartenza micidiale che spacca in due la partita. A maggior ragione a vantaggio acquisito, l’atteggiamento viene mantenuto anche nella ripresa, quando il Catania si scopre e presta il fianco a repentini ribaltamenti di fronte.
Resistenza organizzata. Durante tutto l’arco della partita, l’Avellino ha rischiato poco o nulla. Il Catania ha impensierito raramente il fortino eretto dalla difesa biancoverde. Gli unici pericoli – se tali possono essere definiti – sono arrivati dalla spinta propulsiva di Monzon sulla sinistra rossazzurra. Nelle sporadiche occasioni in cui il Catania è riuscito a sfondare sugli esterni, però, il pacchetto centrale non si è fatto mai cogliere impreparato, anzi ha trovato in Bittante uno dei baluardi che ha dato man forte sulle barricate. Successo a parte, ha colpito ancora una volta la solidità della retroguardia nelle partite casalinghe. L’Avellino formato emergenza vince e convince. In memoria di Antonio Sibilia.
(di Claudio De Vito)