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Tratti somatici affidati all’esperienza di Ortensio Zecchino che ha inquadrato, in un ragionamento di indubbio spessore, la valenza dell’Adc nello scenario di una politica che offre una mutevolezza di scenari, simboli e nomi.
Niente di più semplice, secondo l’ex Ministro: “Noi siamo di centro e la nostra posizione trova corrispondenza nella politica popolare che perversa in Europa e non solo. Non abbiamo nostalgia di rifondare la Dc ma solo la convinzione che luci e ombre della Democrazia Cristiana possano ancora essere utili a questo Paese”.
Superfluo, infatti, non prendere coscienza di una prepotente evidenza: a destra come a sinistra tutti vantano trascorsi comuni e traggono la buona o cattiva politica dagli insegnamenti del partito caro a Don Luigi Sturzo.
Insomma, tutti figli della vecchia Dc che pur rinnegandola in nome di una evoluzione apparente, la portano dentro come una naturale evoluzione del proprio essere. “Siamo reduci da una diaspora – Zecchino non lo nega – che ha disseminato pezzi della nostra storia. L’anima moderata è stata tradita e portata a spasso a destra e sinistra sotto vari simboli”. A questo punto, piuttosto che disconoscere la propria ‘madre politica’, tanto vale trarne insegnamento: “Il nostro compito è ricomporre posizioni omogenee e costruire una forza”.
Inquadrata la situazione in questi termini, almeno in Irpinia l’Udc potrebbe rispondere alla stessa logica ed attestarsi quale interlocutore privilegiato. Eppure ci sono controsensi in parte insuperabili: “Se realizzasse una scelta di campo saremmo lieti di intavolare una discussione ma questa politica che con facilità oscilla tra destra e sinistra manca di coerenza ed è più vicina ad una logica di conquista del potere che alla nostra”.
Insomma, un partito che vuole appartenere a quel filone popolare che nel bipolarismo italiano si colloca nel centrodestra dove, secondo Zecchino, c’è spazio per una posizione centrista.
E con Zecchino l’Adc ha tracciato la sua identità e manifestato la sua ambizione di partito di elite. Dove politica elitaria significa saper realizzare una politica di qualità.
La cosiddetta ‘buona politica’, arte impegnativa ma semplice, è per Francesco Pionati soprattutto onestà e trasparenza: “Si sa chi siamo e dove andiamo. Perdere persone – come è già successo – che prendono un incarico elettorale e lo trasformano in qualcos’altro per noi è quasi un piacere”.
La vittoria del centrodestra alle regionali per Pionati è scontata. Anche perché, a prescindere dalla forza della coalizione, “… dall’altra parte il Pd ha la grande capacità di autodistruggersi. Quindi basta che li lasciamo fare”. Tuttavia la prudenza non è mai troppa e il leader dell’Adc avverte: “Attenzione all’Udc che in Campania rivendica una posizione di opposizione a Bassolino ma ha governato con lui fino a qualche tempo fa. L’Udc è fuori dal perimetro del centrodestra. Se vuole condividere un programma salga sul nostro carro ma a costo zero. Non porterà a casa la vice presidenza o l’assessorato alla sanità né porterà il nipote di De Mita in parlamento”.
In conclusione l’Adc vuole essere espressione specifica di un pensiero politico: quello dei moderati che negano l’antico retaggio della politica del ricatto ma si rifanno ad una rappresentazione moderna, concreta e non nostalgica dei valori democratico-cristiani. Con la speranza di venir fuori dall’ostracismo degli ultimi anni. E con un avvertimento: non provate a chiamarli ‘piccoli’.
La nota – Al dibattito hanno preso parte Vincenzo Alaia, Pio Gagliardi, Enzo Filomena, Annamaria Bocchino, Servillo, Funicelli, Grippo, Tuffi.
Un’assenza che ha fatto rumore è stata tuttavia quella di Generoso Benigni, su cui non è stata fornita alcuna spiegazione. E, pensando alle polemiche su quella che da alcuni è stata indicata come ‘autocandidatura’, viene da chiedersi se qualcosa non covi sotto la cenere. (di Manuela Di Pietro)