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“Mi auguro che il tentativo di bonifica dell’area ove era situata l’Isochimica possa andare a buon fine. Non entro nel merito in quanto non conosco il piano ma posso solo affermare che le operazioni devono avvenire in maniera completamente stagna e con un monitoraggio continuo dell’ambiente, attraverso idonei rilevatori. Ad ogni modo su questa vicenda infinita è bene fare chiarezza storica. La tutela dei lavoratori e dei cittadini doveva essere l’obiettivo di enti vari e categorie sindacali, l’attività di questa azienda era svolta per conto delle Ferrovie dello Stato, finalizzata alla produzione e messa in opera di isolanti chimici termo-acustici in sostituzione di quelli a base di amianto, sui rotabili ferroviari. Il ciclo lavorativo consisteva nella scoibentazione dei rotabili ferroviari. Una prima fase consisteva nello smontaggio degli arredi e dei fascettami che venivano poi trasportati nel reparto dove venivano effettuate le fasi successive, quali la bagnatura delle superfici contenenti amianto quindi si passava alla asportazione manuale con ‘stecca e spazzola’ dell’amianto presente sulle superfici. La quantità di asbesto asportata era costituito dalla specie più pericolosa: la crocidolite. Finita questa fase si passava a quella della scoibentazione delle stesse superfici eseguita mediante l’applicazione della lana vetro e di appositi prodotti chimici. Al termine questi venivano riconsegnati all’Ente Ferrovie.
L’amianto è un materiale altamente inquinante e pericoloso per la salute di chi è a contatto ogni giorno ma anche di chi vive nelle aree interessate. Marco la pericolosità di questo materiale: Studi svolti dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro portano quali inequivocabili esempi di pneumoconiosi collagene quelle provocate da polveri fibrogene quali l’asbesto caratterizzata da: Alterazione permanente o distruzione dell’architettura alveolare; reazione stremale di tipo collageno di gravità varia; Stato cicatriziale permanete del polmone. Tutto questo a dimostrazione che l’esposizione per via inalatoria a sostanze quali l’amianto accresce il rischio di mortalità per carcinoma dell’apparato respiratorio e che la malattia dell’asbestosi ha carattere progressivo con tendenza a complicarsi con il cancro polmonare. Gli studi confermano inoltre che la crocidolite è proprio la specie più pericolosa presente nell’amianto dei rotabili in questione. Una attività che ha visto, sin dall’inizio i lavoratori in una condizione igienico-ambientale paradossale. Hanno operato addirittura al di fuori dello stabilimento, presumibilmente in aree adiacenti la stazione ferroviaria di Avellino, in quanto lo stesso non era ancora stato realizzato. Infatti per effettuare la manutenzione straordinaria sui rotabili ferroviari era necessario che gli stessi vagoni si spostassero sui binari ferroviari. Solo successivamente le varie fasi sono avvenute nell’unico capannone esistente all’epoca le cui porte rimanevano quasi sempre aperte. C’è da aggiungere che mancava il depolveratore e le docce erano inesistenti. I soli mezzi di protezione personale in dotazione alle maestranze erano, inizialmente, i guanti e la sola mascherina di carta, sostituita solo tempo dopo dal casco autoventilatore. Aggiungo che l’amianto scoibentato veniva impastato con sabbia, cemento e ghiaia, in molazze e successivamente in betoniere per poi essere utilizzato per la formazione del magrone di sottofondazione del carro trasbordatore e per la costruzione di nuovi edifici dello stabilimento. In anni seguenti, l’amianto tolto d’opera veniva utilizzato per la formazione di cubi di cemento che permanevano nella stessa azienda e dove venivano adoperati anche come muri di contenimento di scarpate. Alcuni di questi cubi furono portati presso altri stabilimenti appartenenti al gruppo, in provincia di Salerno ma anche e presumibilmente a Pomigliano D’Arco ed in diverse zone della nostra provincia come Monteforte e Sperone ove sarebbe bene fare controlli ulteriori. E’ importante evidenziare che gli stessi lavoratori riferirono, come si evince dalle cronache dell’epoca che l’amianto scoibentato veniva raccolto in buste di plastica, caricato su dei muletti e scaricato in una grande fossa all’interno dello stabilimento e che poi questo veniva caricato su camions, senza la benché minima precauzione e trasportato in luoghi sconosciuti. Questo è un fatto documentato anche fotograficamente. Da quanto emerge appare evidente che sia in provincia di Avellino che in altre e chissà quante altre zone persiste un rischio amianto che deve essere ricercato. Nel regolamento d’igiene del Comune di Avellino, l’azienda venne classificata tra quelle le cui lavorazioni erano considerate di seconda classe sotto la dizione trattamenti chimici speciali materiali ferrosi forse in virtù di una superficiale classificazione fatta dal Servizio Ecologia Igiene Ambientale e Profilassi. Pertanto i sopralluoghi da parte dei servizi delle Usl dell’epoca furono lacunosi. La pericolosità in cui veniva svolto il processo lavorativo è stato confermato da studi scientifici universitari. Piccoli interventi precauzionali ci saranno anche stati: ma di sicuro l’ambiente risultava inquinato e comportamenti superficiali condotti dagli organi preposti hanno determinato consequenzialmente danni maggiori per la salute dei lavoratori e dell’ambiente in generale. Una nota relazione tecnica metteva a fuoco lo stato precario degli ambienti di lavoro connessi alla pericolosità dell’amianto manipolato:
1) La gran parte dell’amianto manipolato è di tipo crocidolite, la varietà più pericolosa del minerale, alla quale è assegnato il Valore Limite di soglia più restrittivo dell’ACGIH, Conferenza Governativa americana sull’Igiene e Sicurezza del Lavoro.
2) La scoibentazione avviene in ampio capannone unico privi di aspiratori e di sistemi di abbattimento della polvere.
3) Nessuna aspirazione è posta in corrispondenza delle carrozze mentre vengono scoibentate.
4) La scoibentazione è effettuata a secco e pertanto in ambiente estremamente polveroso anche ad occhio nudo.
5) I mezzi di protezione individuale adottata dalla maggioranza degli addetti (semimaschere a filtro o addirittura mascherine di carta) hanno potenzialità protettiva troppo limitata rispetto al rischio.
Inoltre le tute cellulosiche in TNT indossate dagli addetti sono porose e concettualmente inadatte allo scopo per cui sono state adottate e risultava anche che nel capannone tutti i campionamenti erano risultati al di sopra del TLV, anzi due di essi superavano tale limite di cinquanta volte, mentre tre superavano il limite addirittura di duecento volte. Da quanto detto emergono aspetti inquietanti su tutta la vicenda per gli atteggiamenti mostrati dagli Enti ed Associazioni interessati nei confronti dell’Isochimica nel periodo clou della sua attività. A conclusione si chiede se è legittimo avere un dubbio, vale a dire: quali interessi, corruzioni ed anche politica si siano mescolati in questa triste e dolorosa vicenda?”.