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Ad oggi, guardando lo scenario che l’Italia offre, viene da porsi una domanda: la politica si è davvero adeguata ai tempi o piuttosto ha cercato una ‘giustificazione’ ai suoi continui trasformismi?
Quello che in realtà appare non è un mutamento della politica quanto piuttosto un cambiamento, quasi una uscita dai ranghi, da parte dei suoi ‘protagonisti’. Big che, in qualunque modo lo si voglia interpretare, sono e restano ‘immutati’. Pur cambiando, e anche spesso, il loro raggio d’azione.
E forse, per capire ciò che oggi per alcuni versi appare incomprensibile, occorre fare un passo indietro nel tempo e proiettarsi nell’Italia della ‘vecchia’ Democrazia Cristiana che vide proprio l’Irpinia protagonista attraverso i suoi figli illustri.
Dai tempi degli ‘amici del caminetto’, gli irpini figli della Dc sembrano aver abbandonato – nel nome – quell’idea di moderatismo, di democrazia cattolica connessa ad un sistema politico che segnò per lungo tempo una forte inflessione del comunismo. Nei fatti la nomenclatura è mutata, si è frammentata, assorbita dall’era dei poli e dai loro satelliti. Ma la Dc è diventata un modo di essere. E non è il nome a fare la differenza. Stesso discorso per gli ex comunisti, ex socialisti ed ex liberali.
Segno dei tempi che cambiano, dicono… E a quel punto approdare su nuovi lidi appare l’ancora di salvataggio, l’unico espediente ‘per rispondere alle esigenze del territorio’. Un’idea legittima resa evanescente da una presa d’atto: in Irpinia, nonostante i ‘cambiamenti’ i problemi sono rimasti quelli di 30 anni fa. E non solo i problemi. Sulla scena imperversano gli ‘ex’, costantemente sotto i riflettori. Siano essi di destra o di sinistra dilaga il ‘piattume’ di ideali asserviti ad una classe dirigente standard nei volti come nelle strategie. Tutti figli della stessa terra irpina. Tutti, o quasi, figli della politica degli anni ‘80 o delle sue successive degenerazioni che a nulla hanno portato se non a riempire di rabbia chi prova a far affidamento su un ‘rinnovamento’ solo decantato ma probabilmente mai voluto se non come slogan per gli ingenui. Rinnovamento di metodi, dicono, non necessariamente di volti. Ma a dirla tutta anche quelli, ovunque si decida di ‘andare’, non subiscono oscillazione alcuna.
Forse quando le conquiste conseguite deludono, le prospettive future non trovano un supporto nella realtà di tutti i giorni, né condizioni materiali di credibilità e le situazioni trascorse non danno i frutti consueti dell’esperienza, allora nelle maglie del tessuto sociali si infila un vento che a poco a poco solleva i veli più esterni dell’ideologia e mette a nudo il gioco angoscioso degli automi del potere. Ma tutto ciò che sembra ‘tradito’ non si dissolve nell’oblio di quel che muore nel proprio passato e continua ad imprimere le sue impronte nel fatto e nel gesto del presente.
È proprio qui, probabilmente, che emerge in tutta la sua potenza quella che viene giuridicamente definita la ‘menzogna del potere’, il fingere di ‘credere’, di ‘essere’, di ‘fare’.
Tra ‘mediatici’ e ‘conservatori’ di vecchio stampo a farne le spese è la tanto decantata politica.
Sotto la pretestuosità di striscioni variopinti, di cataste di giornali e manifesti di partito, sotto l’ammucchiarsi di ruoli, posti, idee e progetti cova probabilmente l’incubo rimosso di una grande colpa: ma chi ne è il giudice? (di Manuela Di Pietro)