La Collezione ‘Amelio’ al Carcere Borbonico: l’intervento di Rossano

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Avellino – Il Carcere Borbonico come sede stabile della collezione “Terrae Motus” di Lucio Amelio. Sulla questione è intervenuto il vice coordinatore provinciale di Fi, Claudio Rossano. Riceviamo e pubblichiamo la nota:
”In questi giorni è molto intenso il dibattito regionale sull’arte contemporanea, dibattito accesosi dopo l’annuncio di politici regionali di voler destinare, dopo un opportuno restauro, gli ex Magazzini generali del Porto di Napoli come sede del costituendo Museo d’Arte Contemporaneo. I maggiori galleristi napoletani, – Lia Rumma, Alfonso Artiaco, Lucia e Laura Trisorio – hanno avanzato numerosi rilievi sul metodo fino ad oggi seguito dall’ente Regione, che non ha saputo o voluto intessere alcun rapporto con gli operatori culturali del settore, mortificando di fatto l’opera meritoria di immagine che essi svolgono a livello internazionale. Nei Magazzini generali del Porto, secondo quanto emerso da una intervista resa dall’assessore regionale Teresa Armato, dovrebbe trovar posto l’intera collezione Sonnabend, frutto di una eventuale donazione in comodato illimitato, e la bellissima collezione di arte contemporanea denominata “Terrae Motus” che raccoglie oltre settanta opere di artisti contemporanei coinvolti dal gallerista Lucio Amelio sull’onda emotiva dell’evento catastrofico. Credo opportuno ricordare le bellissime parole dello stesso Amelio rese nel corso di una intervista : “Quella notte stessa – la sera del 23 novembre 1980 – ricevetti le prime telefonate. Gli artisti chiedevano: possiamo fare qualcosa? Subito ebbi l’idea che l’arte c’entrava in qualche modo. Si doveva rispondere all’evento catastrofico. C’era dell’energia nell’arte, tanta energia da potersi contrapporre a quella scatenata dalla Terra”. Nacque così l’idea di creare un cantiere work in progress sul tema del terremoto. Arrivarono così a Napoli, ospiti di Amelio, artisti da ogni parte del mondo, di fama consolidata e giovani destinati ad emergere in futuro, e videro con i propri occhi la tragedia dell’Irpinia e di Napoli. Ciascuno di loro realizzò un’opera segnata dall’espressione di quei giorni. Ne cito solo alcuni al fine di evidenziare l’importanza internazionale della collezione: Beuys, Anzinger, Barcelo’, Alighiero Boetti, Enzo Cucchi, Sergio Fermariello, Mapplethorpe, Mimmo Paladino, Giulio Paolini, Vettor Pisani, Nino Longobardi, Mario Merz, Rauschenberg, Schifano, Tatafiore, Emilio Vedova, Andy Warhol. All’iniziativa parteciparono dunque i più importanti artisti contemporanei a livello mondiale ed italiano. Le opere furono esposte per la prima volta in Villa Campolieto ad Ercolano nel 1984 e successivamente a Parigi, nel 1987, dove la grande mostra al Grand Palais ha costituito la celebrazione internazionale del progetto. Sul finire degli anni ’80 il geniale gallerista napoletano aveva la grandissima preoccupazione che tale raccolta di opere non trovasse una sua degna e stabile sistemazione. Posso personalmente testimoniare che Lucio Amelio pensò giustamente che la collezione dovesse essere naturalmente collocata in Irpinia, dove più devastanti erano stati gli effetti del terremoto, e più precisamente nel Carcere Borbonico, ove da qualche tempo erano iniziati i lavori di restauro. Si portò pertanto più volte presso l’Amministrazione Provinciale di Avellino e chiese di poter fruire in pianta stabile di un’ala del complesso. Gli amministratori dell’epoca, non conoscendo l’importanza internazionale di Amelio e non volendo dare le opportune garanzie che il gallerista richiedeva, opposero un netto rifiuto, anche perché non erano ancora chiaramente definite le proprietà del complesso borbonico. Iniziò così una lunga opera di ricerca da parte di Amelio della futura sede di quella che considerava una collezione appartenente di fatto all’intero popolo campano. Il gallerista cercò addirittura di acquistare la chiesa napoletana di Santa Lucia al Monte ma anche questa operazione non andò in porto. Poco prima della morte del gallerista la collezione fu legata con un lascito testamentario alla Reggia di Caserta, dove fino a oggi il pubblico ha potuto apprezzarla, ma solo in parte. Ho dovuto fare questo lungo prologo perché oggi si parla sempre più spesso di riportare la collezione “Terrae Motus” a Napoli, proponendo come sua sede stabile gli ex Magazzini generali del Porto. Ritengo molto più giusto, ed i politici irpini si potrebbero rendere tutti interpreti di questa idea, collocare la mostra nel Carcere Borbonico, che avrebbe così riconosciute le sue capacità di contenitore culturale. La collezione di Lucio Amelio porterebbe sicuramente in Irpinia tantissimi visitatori ed operatori culturali e potrebbe essere il fulcro del “nuovo museo irpino delle arti”, anche in considerazione che ormai la struttura esistente alle spalle della villa comunale non riesce più a contenere le numerose funzioni – biblioteca, museo archeologico, pinacoteca, museo del Risorgimento, mediateca – per cui era stata ideata. Né invero mi sembra che da parte degli amministratori provinciali sia venuta fino ad oggi una proposta chiara circa l’utilizzazione del Carcere, dove da anni si stanno svolgendo costosi lavori di restauro, senza che peraltro siano chiaramente individuate le future funzioni. Mi sia consentita un’ultima riflessione di carattere personale; pochi mesi prima della Sua tragica scomparsa, il prof. Gaetano Vardaro, una delle più lucide ed operose figure di intellettuale che l’Irpinia possa vantare, volle riunire molti amici proprio per discutere dell’utilizzo dell’ex Carcere Borbonico, immaginandolo come la sede naturale di tante iniziative culturali, artistiche, musicali di cui la città di Avellino e soprattutto i suoi giovani avvertono il bisogno. Credo che anche in Suo ricordo sia opportuno proporre che la mostra “Terrae Motus” trovi stabile sede nel Carcere Borbonico, come in vita inutilmente cercato dallo stesso Lucio Amelio”.

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