
“La storia del concretizzarsi di un tessuto sociale nella mia provincia richiederebbe una lunga e franca discussione sui soggetti che vi hanno contribuito. Spesso le occasioni che si sono presentate non le hanno perse gli attori locali, ma abbiamo dovuto prendere atto che discutibili presenze col passare degli anni si sono dileguate. Un grande gruppo come la Fiat ha invece potuto constatare, nel corso di decenni, la bontà dell’ambiente, non solo lavorativo ma anche sociale, dei loro insediamenti”. Così il Presidente della Provincia Cosimo Sibilia nel suo intervento a Palazzo Madama sulla vertenza Irisbus di Valle Ufita. “Ecco perché l’annunciata chiusura della Irisbus ha creato una forte tensione sociale nell’intera provincia di Avellino. A rischio ci sono circa settecento posti per altrettanti dipendenti dello stabilimento, oltre ai 2.500 lavoratori dell’indotto. La vertenza, pur devastante sul piano locale, con ripercussioni drammatiche in un territorio in cui lo sviluppo industriale si è fondato sulla presenza di aziende metalmeccaniche e sull’indotto che intorno a loro si è generato, non può essere rinchiusa in ambiti provinciali. Il caso Irisbus pone dalla Valle dell’Ufita questioni che hanno una indubbia rilevanza di carattere nazionale. Perché nello stabilimento irpino si producono autobus, risultato di sperimentazioni e innovazioni tecnologiche in grado di far circolare sulle strade nazionali e comunali mezzi a basso impatto ambientale e chi amministra e governa sa bene di quale utilità essi possono essere. D’altra parte, la pesantissima sanzione dell’Unione europea nei confronti dell’Italia – un miliardo e 700 milioni di euro – a causa dell’inquinamento registrato nelle aree metropolitane, sottolinea assolutamente questa urgenza. Tutto questo stride con la volontà di Fiat di cessare la produzione in Valle Ufita. Una decisione che appare paradossale, ma che i vertici del Lingotto giustificano con una riduzione importante di quote di mercato, quindi di produzione. Qui il tragico paradosso: c’è bisogno di bus moderni, c’è una fabbrica che li produce, gli enti locali non hanno i fondi per acquistarli, l’Europa ci multa perché non utilizziamo i mezzi che abbatterebbero l’inquinamento. Peraltro, è di questi giorni l’annuncio del Ministero dell’Ambiente del via libera alla realizzazione di una centrale Termoelettrica da parte di Edison, da costruire in un’area attigua alla Irisbus. Una centrale che oltre ad essere fortemente impattante ed inutile per il fabbisogno energetico dell’Irpinia, dovrebbe servire in parte proprio alla stessa Irisbus. Non solo i dipendenti di questa azienda, ma l’intera provincia di Avellino, in questa battaglia remano nella stessa direzione: Chiesa, sindaci, amministratori, organizzazioni sindacali, forze politiche senza distinzione di casacca non chiedono assistenzialismo. Tutt’altro: l’Irpinia nella sua interezza vuole continuare a custodire e rilanciare il modello dello stabilimento Irisbus di Valle Ufita. La Valle Ufita è un’area di cerniera tra la Campania e la Puglia, e per la quale le istituzioni locali, in primis l’Amministrazione Provinciale, scommettono per un rilancio dello sviluppo del territorio nel suo complesso. Un eventuale scippo della fabbrica, che insiste in provincia di Avellino da circa trent’anni, oltre a condizionare in maniera devastante l’attuale economia, rischia di compromettere le strategie di sviluppo messe in campo dalle istituzioni locali ai vari livelli. Di qui, dunque, le richieste e le proposte per evitare tutto ciò. Anzitutto, è necessario congelare nell’immediato ogni procedura da parte del gruppo Fiat. Bisogna, quindi, bloccare subito l’iter per la messa in mobilità e il conseguente smantellamento dello stabilimento. Serve tempo per cercare la soluzione più adatta. Il tempo necessario perchè il Governo, di concerto con la Conferenza Stato-Regioni, recuperi le risorse necessarie per riammodernare il parco mezzi circolante. I presidenti delle giunte regionali della Campania, Stefano Caldoro, e della Puglia, Nichi Vendola, – che pure appartengono a parti politiche opposte ma che hanno fatto intravedere una rapida intesa in quest’occasione – si sono già espressi a favore: le Regioni del Sud vogliono impegnarsi per salvare un impianto che è simbolo di un diverso Mezzogiorno, i cui operai, da 80 giorni, stanno mostrando dignità e civiltà di comportamento di cui andare fieri. Se questo è il contesto economico, sociale e politico appare contraddittoria ogni azione che non vada nella direzione indicata, utilizzando tutti gli strumenti finanziari potenzialmente disponibili (Fondi Fas, Fondi Strutturali). Salvaguardare i livelli occupazionali, le professionalità esistenti, rappresentano un obiettivo irrinunciabile, ecco perché si confida nell’azione incisiva del Governo, a partire già dall’incontro fissato per domani al Ministero per lo Sviluppo Economico”.