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Da un lato i provvedimenti del nuovo governo appaiono come l’ultimo scoglio a cui aggrapparsi dopo centinaia di tentativi inutili. Misure forti ma probabilmente le uniche in grado di chiudere il capitolo emergenza rifiuti. Dall’altro le incongruenze non giustificano un modus pensandi che ha le sue falle. L’opzione: d’accordo con la provincializzazione e con tutte le quote di solidarietà necessarie. Ma allora perché due discariche in Irpinia se siamo la terra che produce meno rifiuti in tutta la regione?
Il pensiero viene bandito: “Voglio pensare – ha spiegato Casarella, sindaco di Vallata – che la nostra provincia abbia una sola discarica. Qualora non dovesse essere così, dire che siamo stati penalizzati è davvero poco”.
Le reazioni, infatti, non possono più prendere esempio dal passato. Manifestazioni, proteste e presidi trovano il limite inconfutabile nelle misure coercitive poste a carico dei dissenzienti e nel nuovo ruolo dell’esercito plasmato sulla falsariga di gestore di discariche.
“Riscontro in tutto questo – ha continuato Casarella – profili di incostituzionalità”.
E forse non è stato apprezzato neanche il paragone con il terremoto: “Si tratta di un evento imprevisto ed imprevedibile a differenza dell’emergenza – prevista e prevedibile – in cui sussistono precise responsabilità delle istituzioni e degli enti locali”.
Resta il fatto che l’Irpinia non è disposta ad accettare un ruolo che non le compete e non vuole accollarsi, come più volte evidenziato, l’onere di provvedere ai rifiuti altrui.
L’impatto mediatico, poi, toglie il sonno e alimenta l’allarme: “Vespa non ci fa dormire (in merito alle dichiarazioni rese alla trasmissione Porta a Porta, ndr). Regna la più totale confusione informativa ed istituzionale. Anche durante la notte dobbiamo essere in allerta: potrebbe giungere un fax di notifica dal commissariato per l’apertura di una discarica e coglierci impreparati”.
I cittadini manifestano ampiamente la volontà di sapere. Ma si vive alla giornata: l’emergenza e l’attesa bloccano la vera politica. Quella dello sviluppo. Quella che sembrava aver superato il post sisma per ritrovarsi impantanata tra cumuli di ‘monnezza’. (di Manuela Di Pietro)