In vacanza con la crisi: quanti irpini partono? Parola agli esperti

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Avellino – C’era una volta il miracolo economico. Sono passati circa 60 anni da quando gli italiani furono investiti da quella straordinaria stagione di crescita, all’indomani del secondo conflitto bellico, che – ferme restando anche le problematiche che non mancarono in quegli anni – significò industrializzazione del paese, boom occupazionale e benessere diffuso, con l’attecchimento di quel consumismo che ha nella televisione e nell’auto, fiat 500 e 600 in primis, i suoi simboli più celebri. Erano i tempi della “Dolce Vita”, dell’ottimismo e, in alcuni casi, della frivolezza. Tanti i costumi che si fecero largo tra gli italiani in quegli anni, dall’abitudine ad usare elettrodomestici nella quotidianità, alla sempre più ampia e stratificata diffusione del rito della vacanza, almeno una volta all’anno. Chi c’era lo ricorda, chi no prova ad immaginarlo dai racconti che ascolta. Sono cronache che spesso appaiono lontanissime e antiquate, ma se è vero che il progresso ha apportato tante novità all’esistenza, è altrettanto vero che di quel retaggio, con tutte le inevitabili modificazioni del tempo, tanto è ancora vivo nelle vecchie e, per trasmissione, nuove generazioni. Da allora tante cose sono cambiate, e non si può certo dire che la stagione economica in atto sia tra le più floride che l’Italia e il mondo ricordi. Tutt’altro. Con la “crisi che artiglia le carni di chi perde o non trova il lavoro” – per usare l’azzeccata espressione di un esponente della vita politica locale – ci siamo chiesti e abbiamo chiesto a chi in materia è competente, come si sono modificate negli ultimi tempi le abitudini degli avellinesi su una questione sintomatica, quella delle vacanze, e prima ancora delle ferie. Sacrosanto ed intoccabile diritto una volta, con la recessione la villeggiatura appare per molti sempre più una chimera. E il problema non è solo nella penuria finanziaria. L’arte di arrangiarsi, è risaputo, alberga da queste parti e per partire in un modo o nell’altro – fosse anche solo per raggiungere le mete più vicine – ce la si fa sempre. Spesso a far sì che le valigie restino in armadio a prendere polvere sono piuttosto le contingenze, come lo spettro del lavoro. Soprattutto nel settore privato sono tante le aziende che debbono fare i conti con i… conti – il lettore scuserà il gioco di parole – che non tornano. E così ai poveri dipendenti non è raro che venga chiesto di accorciare il periodo di ferie o addirittura, nella peggiore delle ipotesi, di rinunciarvi del tutto. La logica del profitto di questi tempi richiede sacrifici, o per usare un’espressione in voga, lacrime e sangue. Purtroppo però a caricarsi sulle spalle la croce della ripresa economica tocca sempre agli stessi. Un esercito di disoccupati freschi o cronici, di precari più o meno in bilico, di cassintegrati ordinari o straordinari, di ammortizzati di varia natura, e di bamboccioni o fannulloni di turno, che alla beffa di una magra esistenza o di essere imprigionati tra le mura di mamma e papà – perché la tasca non permette altro – devono aggiungerci pure quella dell’afa appiccicaticcia di città quando questa si spopola dei più fortunati.
A confermare che la mannaia della depressione non risparmia il popolo della tintarella, arriva il parere di uno storico operatore turistico del capoluogo, Rodolfo De Rosa, che ammette: “Il periodo difficile a cui si assiste è indiscutibile. E’ ancora presto per fare bilanci ma temo che il calo di prenotazioni si assesterà in doppia cifra. La ricerca spasmodica della tariffa più conveniente, magari con la speranza, non sempre reale, di economizzare la vacanza, e lo slittamento evidente delle richieste al sotto data, ne sono chiari segnali. Gli stessi tour operator se ne sono accorti ed hanno modificato la loro offerta in funzione di un turismo sempre meno programmato. Noi ci rivolgiamo prevalentemente ad una clientela di fascia medio-alta, ma l’incertezza psicologica sul futuro, che condiziona le prenotazioni, è palese anche in questo caso. A questo poi bisogna aggiungere le bizze del clima, che ad esempio ha notevolmente mortificato la domanda turistica nel mese di giugno. Insomma, l’esigenza della vacanza resta e appare sempre forte, ma è innegabile che anche chi può permettersela deve modellarla ai tempi che corrono”. Sulla stessa lunghezza d’onda F.C. che, in riferimento alla sua agenzia, riferisce: “Come è stato per l’anno scorso, anche questa stagione porta forte il riflesso della crisi, e il fatto che siano sempre di più coloro che si organizzano all’ultimo momento ne è la lampante dimostrazione. In parte assistiamo ad un trend di prenotazioni in sensibile crescita, ma va attribuito alla giovane vita della nostra agenzia e al naturale radicamento del servizio in città. A stagione finita però potremmo tirare le somme e capire quanto ha inciso realmente la crisi sull’attività”. Circa le mete preferite emerge poi un altro particolare interessante in relazione alle finanze. “Le famiglie – spiega F.C. – scelgono, spesso per motivi strettamente logistici, la tradizionale vacanza al mare e in Italia. I più giovani invece guardano sempre più all’estero, e non solo perché possono permettersi un maggiore dinamismo e perché l’offerta nazionale spesso non è rivolta al loro target, ma anche perché a controllare il portafoglio, tra costi di trasporto e di soggiorno, un viaggio oltre confine costa decisamente meno”. Tra calcolatrici alla mano e scenari più o meno foschi, a sorpresa, arriva però anche l’isola felice. E’ il caso di Geni Monica, che in qualità di operatore fresco del settore fa sapere di un’agenzia, la sua, che sembra non essere per niente sfiorata dalla crisi. “Devo ammettere che nel nostro caso registriamo un’affluenza maggiore rispetto al passato”. Quale dunque il segreto? “Sarebbe assurdo negare la crisi – afferma – credo piuttosto che il nostro trend positivo dipenda da due fattori. Da un lato ci rivolgiamo ad un bacino d’utenza più ampio, tutto il centro-sud. Dall’altro, il nostro servizio si configura come un prodotto nuovo che si pone a metà strada tra quello tradizionale e quello innovativo. Avvalendoci dell’approccio interpersonale ma anche del supporto di internet e del web, riusciamo a fornire un approccio vincente rispetto a richieste sempre più precise e consapevoli dei consumatori”. Vacanze che evolvono tra il vecchio e il nuovo, insomma, proprio come nel parallelo dal quale si è partiti, solo che in questo caso, da quanto si apprende, a prescindere dalla crisi. Chi avrà ragione nel rappresentare la realtà vacanziera, la tradizione o l’avanguardia? Gli elementi raccolti sembrano per la verità indicativi, tuttavia la prudenza consiglia di aspettare ancora per un verdetto. D’altronde non sarà difficile a settembre capire quanti si saranno potuti permettere il mare: basterà prestare attenzione al colore della pelle di chi ci attornia. Come in una sorta di blando razzismo dei giorni nostri, la conta mostrerà quanto ha inciso la crisi sugli avellinesi, per l’invidia di alcuni, e l’imbarazzo – forse, ma ne dubitiamo – di altri. (di Eddy Tarantino)

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