Il sacrificio di Amendola e quell’Irpinia che non si piegò: la memoria viva nel racconto di Giovanni Coppola

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Il 7 aprile 1926 si spegneva a Cannes Giovanni Amendola, stroncato dalle conseguenze delle feroci percosse ricevute dalle squadracce fasciste. A un secolo di distanza, la sua figura non è solo un monumento del passato, ma un monito vibrante. A ricordarcelo è l’irpino Giovanni Coppola, professore ordinario di Storia dell’architettura presso il “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, che svela il prezioso legame tra Amendola e le radici più profonde dell’entroterra campano.

«Nella storia d’Italia esiste un passato che fatica a passare. – afferma Coppola. In parte ciò dipende dal fatto che una certa area politica continua a tentare di normalizzare e giustificare il Ventennio fascista e razzista del nostro Paese, arrivando talvolta a rappresentare i carnefici come figure non peggiori delle vittime. Ma fingere che nulla sia accaduto non serve». La figura di Amendola emerge nel racconto di Coppola come quella di un «protagonista lucido e coraggioso», un uomo che «rifiutò l’autoritarismo in tutte le sue forme» e che fece della verità la sua unica bussola, rifiutando di accettare quelle che definiva «utili bugie». Ma la storia, per Coppola, non è solo una cronaca di eventi distanti: è una questione di famiglia che affonda le radici tra San Sossio Baronia e il collegio di Avellino. Proprio nelle ultime elezioni multipartitiche del 1924, la storia di Amendola si incrocia con quella di un parente del professore Coppola: uno zio del padre, l’avvocato Michele Contardi di San Sossio Baronia, fu candidato nel collegio di Avellino con il numero 4 nella lista di opposizione costituzionale denominata “Stella a cinque punte”. Una scelta di campo che, come per Amendola, ebbe conseguenze drammatiche. «Mio zio fu sequestrato più volte dalle squadracce punitive locali di Mirabella Eclano – evidenzia il docente – e sottoposto a continue violenze e umiliazioni. Le conseguenze di quelle persecuzioni segnarono la sua salute fino alla morte, avvenuta nel 1939». Sulla sua lapide, a Carife, brilla ancora oggi un’iscrizione che è un manifesto: “Michele Contardi. Antifascista”.
Il testimone della libertà passò poi al padre del docente, Aniello Coppola, che l’8 settembre 1943 scelse la via dei monti e della Resistenza nelle Brigate Garibaldi, conoscendo il carcere e la tortura per mano nazista. È questa continuità di valori, che parte dall’intransigenza morale di Amendola e attraversa le generazioni irpine, a rendere il messaggio del 7 aprile ancora necessario.
«Rileggere oggi Amendola non significa riproporre meccanicamente situazioni storiche irripetibili, – sottolinea Coppola – quanto piuttosto interrogarsi sugli spunti di riflessione che la sua esperienza offre ancora oggi quando si affrontano temi quali la libertà di stampa, il pluralismo politico e la tutela delle istituzioni democratiche». Diritti che, come ricorda il docente, «restano oggi pilastri garantiti dalla nostra Costituzione e dalla vigilanza del Presidente Mattarella, ma che richiedono una memoria sempre vigile per non restare, come Amendola, soli davanti alla violenza».