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M5s, Paola Luce: “Avellino ha tutto. Manca solo qualcuno che sappia tenerlo acceso”

«Avellino ha tutto. Manca solo qualcuno che sappia tenerlo acceso». In questa frase c’è la sintesi della visione di Paola Luce, candidata al Consiglio Comunale nella lista del Movimento 5 Stelle, all’interno della coalizione del “campo largo” che sostiene il candidato sindaco Nello Pizza. Paola porta con sé vent’anni di esperienza finanziaria, dieci anni di amministrazione pubblica concreta, e un’idea chiara su come si costruisce una città che non si spegne.

C’è una domanda che ogni avellinese si è fatto almeno una volta, passeggiando in un centro storico deserto un giovedì sera di novembre: come è possibile che una città con tutto questo non riesca a essere viva ogni giorno?

Perché Avellino ha davvero tutto. Ha il Teatro Comunale Carlo Gesualdo — il secondo teatro del Sud Italia per capienza dopo il San Carlo di Napoli, con oltre 1.200 posti e un’acustica riconosciuta tra le migliori d’Italia tra i teatri di recente costruzione. Ha l’Antica Dogana di Piazza Amendola, appena restituita alla città dopo un lungo restauro, con un teatro interno polifunzionale, spazi di co-working e una terrazza panoramica sul centro storico. Ha tre vini DOCG — tra cui il Fiano di Avellino, che porta nel nome la città stessa. Ha un Conservatorio, un patrimonio medievale e romano, una provincia tra le più belle del Mezzogiorno.

Eppure la città si accende a Ferragosto, si illumina a Capodanno, e per il resto dell’anno fatica a trovare un ritmo. Non è un problema di idee o di bellezza. È un problema di struttura. E la struttura, ad Avellino, manca da troppo tempo.

L’idea di Paola: la cultura si difende con i numeri

Nell’estate del 2025, il Teatro Gesualdo perse quasi per intero la propria stagione. Dodici spettacoli programmati, presentati come l’offerta culturale di punta della città, furono ridimensionati dalla commissaria prefettizia per mancanza di fondi. Il punto è che quei fondi esistevano: il direttore artistico aveva documentato oltre 400mila euro di incassi annui tra biglietteria, abbonamenti e sponsorizzazioni, e la Regione Campania aveva già stanziato 500mila euro di fondi POC destinati al teatro. La sostenibilità era dimostrabile. Ma nessuno in quel momento riuscì a presentarla nel modo giusto, davanti alle persone giuste, con i numeri nella forma corretta.

Quello è esattamente il tipo di errore che Paola Luce non commetterebbe. E soprattutto, è esattamente il tipo di errore che, se Paola siede in consiglio comunale, non si ripete.

La sua idea è semplice quanto rivoluzionaria nel contesto avellinese: ogni progetto culturale deve avere una struttura finanziaria solida prima ancora di avere un cartellone. Una stagione teatrale non si difende con l’entusiasmo — si difende con un piano economico che dimostri costi, ricavi, fondi disponibili e margini. Una Dogana non diventa polo culturale con le buone intenzioni — diventa polo culturale quando ha una convenzione firmata, un budget approvato, un calendario di attività che un commercialista esperto ha verificato essere sostenibile mese per mese.

«I soldi pubblici non sono diversi da quelli privati», dice Paola con la chiarezza di chi quei conti li fa da vent’anni. «Hanno un’origine, devono avere una destinazione trasparente e devono produrre risultati verificabili.» Applicato alla cultura: un teatro aperto genera indotto per i ristoranti, per i bar, per i negozi del centro. Una Dogana programmata bene attira visitatori che dormono in città, mangiano in città, spendono in città. La cultura non è un costo — è un investimento. Ma solo se qualcuno in consiglio sa costruire quella dimostrazione e difenderla quando qualcuno propone di tagliare.

Una città viva tutto l’anno: l’obiettivo concreto

Paola non immagina Avellino come una città di grandi eventi isolati. Immagina una città con un ritmo settimanale: il Gesualdo con una stagione stabile e autofinanziata, la Dogana come spazio di incontro permanente tra artigiani, creativi, produttori locali e cittadini, il centro storico attraversato da persone anche nei mesi “normali” dell’anno.

Il progettista della Dogana ha sottolineato che lo spazio non deve essere settoriale ma deve riferirsi alle reti culturali, diventare cioè il punto di connessione tra le energie creative già presenti nel territorio. Paola condivide quella visione e aggiunge la dimensione che spesso manca: qualcuno che stia in consiglio a garantire che quell’ambizione abbia i fondi per realizzarsi, che i bandi regionali vengano intercettati e rendicontati correttamente, che ogni euro pubblico investito in cultura produca qualcosa di misurabile e duraturo.

Non è un ruolo di secondo piano. È il ruolo che decide se le idee si realizzano o restano annunci.

Cultura come politica sociale

C’è un filo che lega la sua esperienza di commercialista a quella di assessore alle Politiche Sociali, e quel filo passa proprio attraverso la questione culturale. Una città culturalmente viva non è un lusso riservato a chi ha tempo libero: è la condizione che determina se i giovani restano o partono, se le famiglie si sentono parte di qualcosa o semplici residenti provvisori, se chi apre un’attività in centro ha qualche ragione per crederci.

«Ogni giovane che lascia Avellino è una sconfitta collettiva», ha detto Paola, madre di una figlia quindicenne che cresce in questa città. «Ogni negozio che chiude nel centro storico è un segnale a quei giovani: qui non c’è futuro.»

Un teatro aperto ogni settimana, una Dogana che produce eventi e lavoro nel settore creativo, un centro storico che ha motivo di vivere anche di martedì sera: è questa la risposta più concreta a quella sconfitta. Non una promessa. Un piano. Con i numeri che tornano — perché c’è qualcuno in aula che quei numeri li sa costruire e difendere.

Domenica si sceglie chi sta in quell’aula

Il patrimonio c’è. Gli spazi ci sono. Le risorse, spesso, pure. Quello che Avellino ha bisogno di aggiungere è qualcuno che trasformi tutto questo in vita urbana reale, continua, non affidata alla buona sorte di un evento o al calendario delle festività.

Domenica quella competenza ha bisogno del vostro voto.

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