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Sopra, neanche un filo d’erba o una traccia di quel fango che sembra fuoriuscire dalla campagna per confondersi con l’asfalto. Mancano le calze. Lui torna indietro a prenderle. Nuove, come se non fossero mai state indossate o appena prelevate da un cassetto. «Non le avevo viste subito», dice. E gli occhiali. Elena era molto miope, non ne può fare a meno. Saltano fuori dopo. «Erano un po’ nascosti….», precisa. Il procuratore capo di Asti Giorgio Vitari spiega che una parte dell’indagine si concentra proprio su questo aspetto della ricostruzione di quei 27 minuti in cui Elena Ceste scompare, nuda, lungo il sentiero che va alla roggia dove è stato poi trovato il cadavere. L’avvocato di fiducia, Claudia Girola, chiede che si allenti la pressione mediatica su Michele e sui quattro figli. Ieri mattina uno dei suoi fratelli, uscendo dal cancello in auto, ha rischiato di investire una giornalista, sgommando via nervoso.
Eppure Michele Buoniconti, 44 anni, vigile del fuoco, uscito di casa in questi giorni solo per accompagnare i figli a messa, dice di essere tranquillo e «in pace con Dio e gli uomini». Non vuole nemmeno nominare un perito che assista all’autopsia della moglie, in corso ad Alba: «Non serve, non sono io l’assassino, sono in grado di difendermi da solo», ripete. Adesso si sa che era indagato da tempo, con l’accusa di «istigazione al suicidio». Ma Elena Ceste non è morta suicida. Qualcuno, il suo assassino, ha nascosto il corpo nel canale. lastampa.it